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Manovra 2027, quasi 7mila posti a rischio nella scuola e sanità sotto pressione: cresce la protesta contro il Governo

La legge di Bilancio arriva in Parlamento e apre un confronto serrato tra Governo, sindacati e opposizioni

Manovra 2027, quasi 7mila posti a rischio nella scuola e sanità sotto pressione: cresce la protesta contro il Governo
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La manovra economica per il 2027 entra nel vivo dell’esame parlamentare accompagnata da forti critiche, soprattutto nei settori della scuola, della sanità e della ricerca. Il disegno di legge, del valore complessivo di circa 26 miliardi di euro, comprende 157 articoli e approda martedì 3 novembre alla Commissione Bilancio della Camera. Gli emendamenti sono attesi entro il 17 novembre: il testo, dunque, non è ancora definitivo e potrà essere modificato durante l’iter.

Al centro del confronto ci sono due questioni diverse, ma strettamente collegate: la necessità di contenere la spesa pubblica e quella di garantire servizi adeguati ai cittadini. Il Governo rivendica una manovra costruita entro vincoli di bilancio stringenti, mentre sindacati, amministratori e opposizioni contestano alcune scelte che, a loro giudizio, rischiano di indebolire servizi già sotto pressione.

Scuola, dal 2027 quasi 7mila posti in meno

Il capitolo che sta provocando le reazioni più immediate è quello dell’istruzione. L’articolo 66 del disegno di legge prevede, a partire dall’anno scolastico 2027-2028, una riduzione di 6.974 posti, così suddivisi: 4.925 docenti nell’organico dell’autonomia; 2.049 lavoratori Ata, il personale amministrativo, tecnico e ausiliario delle scuole.

Secondo la relazione tecnica, la misura consentirebbe un risparmio di 83,9 milioni di euro nel 2027 e di circa 251,7 milioni annui dal 2028. Non è il primo intervento sugli organici. La legge di Bilancio del 2025 aveva già disposto una riduzione complessiva di 7.834 posti. Sommando i due provvedimenti, il ridimensionamento programmato raggiungerebbe 14.808 unità nell’arco di tre anni scolastici.

Il tema è particolarmente delicato perché l’Italia sta registrando da anni una diminuzione della popolazione scolastica. Il calo delle nascite comporta progressivamente meno iscritti e rappresenta uno degli elementi utilizzati per motivare la revisione degli organici. Per i sindacati, tuttavia, meno studenti non dovrebbe significare automaticamente meno insegnanti. Potrebbe essere, al contrario, l’occasione per ridurre il numero di alunni per classe, rafforzare il sostegno agli studenti in difficoltà e migliorare la qualità dell’insegnamento.

Sindacati e dirigenti scolastici contrari: possibile mobilitazione

Le critiche arrivano da organizzazioni sindacali con orientamenti differenti, tra cui Cisl Scuola, Uil Scuola, Flc Cgil e Gilda-Unams. La segretaria generale della Cisl Scuola, Ivana Barbacci, ha definito inaccettabile la prospettiva di quasi 7mila posti in meno, mentre Giuseppe D’Aprile, della Uil Scuola, ha contestato l’utilizzo del calo demografico come giustificazione per ridurre il personale. Le perplessità coinvolgono anche le associazioni dei dirigenti scolastici, preoccupate per le conseguenze sull’organizzazione quotidiana degli istituti. Una riduzione dell’organico dell’autonomia potrebbe infatti limitare le risorse disponibili per le attività di potenziamento, il recupero degli apprendimenti e alcune esigenze di sostituzione dei docenti.

I sindacati stanno valutando iniziative comuni. La Flc Cgil ha già annunciato l’adesione allo sciopero del 20 novembre.

Sanità, più soldi in assoluto ma diminuisce il peso sul Pil

Il confronto sulla sanità è più complesso, perché i numeri possono essere letti da prospettive differenti. Le risorse destinate al Fondo sanitario nazionale sono previste in aumento e dovrebbero raggiungere 146,3 miliardi di euro nel 2027. Nel triennio, secondo le cifre richiamate nel dibattito parlamentare, la manovra aggiungerebbe circa 7,1 miliardi. Il Governo sottolinea l’incremento dei finanziamenti. Le critiche si concentrano invece sulla loro adeguatezza rispetto ai costi e alle necessità del sistema.

Secondo i dati della Fondazione Gimbe, riportati nel confronto politico, la spesa sanitaria pubblica in rapporto al prodotto interno lordo è prevista al 6,11% nel 2027, per poi scendere al 5,98% nel 2028 e al 5,87% nel 2029. Non c’è contraddizione tra le due indicazioni: la sanità può ricevere più miliardi rispetto all’anno precedente e, contemporaneamente, rappresentare una quota più bassa dell’economia nazionale. Il punto controverso è se quelle risorse siano sufficienti per sostenere l’aumento dei costi, assumere personale e migliorare i servizi.

Le Regioni avevano chiesto finanziamenti aggiuntivi ben superiori a quelli previsti. Sullo sfondo restano problemi concreti come le liste d’attesa, la carenza di personale e il ricorso alle prestazioni private. Gimbe segnala che nel 2025 la spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini ha raggiunto 42,4 miliardi di euro, mentre 5,6 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami.

Medici e infermieri: il problema non è soltanto economico

A esprimere preoccupazione è anche Francesco Cognetti, coordinatore del Forum delle società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari. Secondo Cognetti, le risorse aggiuntive rischiano di essere assorbite in larga parte dall’aumento dei costi energetici e dall’inflazione, lasciando margini insufficienti per affrontare le carenze di personale. Il Forum richiama un deficit di oltre 80mila infermieri rispetto al fabbisogno stimato e segnala le difficoltà di trattenere i medici nel servizio pubblico.

Un altro punto discusso è la previsione di una carta da 300 euro per 5,5 milioni di persone con più di 75 anni e redditi pensionistici entro i 28mila euro, destinata a specifiche spese sanitarie. Per i sostenitori, un aiuto economico diretto può alleggerire il peso di alcune cure sulle famiglie. I critici temono invece che il ricorso a contributi per prestazioni esterne non risolva le difficoltà strutturali della sanità pubblica.

Università e ricerca, meno assunzioni nel 2027

Le contestazioni riguardano infine università, enti di ricerca, accademie e conservatori, interessati dalle limitazioni alle assunzioni previste per il 2027. Le stime indicano risparmi di 40,9 milioni di euro nel primo anno e di 44,1 milioni annui dal 2028. Per l’opposizione, in particolare per il Movimento 5 Stelle, la misura potrebbe ridurre le possibilità di stabilizzazione dei lavoratori precari e rallentare il ricambio generazionale negli atenei. Il Governo deve invece conciliare la spesa per il personale con gli obiettivi complessivi di finanza pubblica.

La discussione parlamentare sarà quindi decisiva per capire se e come verranno corretti gli interventi più contestati.