Israele ha annunciato che, in linea di principio, riaprirà il valico di Rafah, situato al confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, ma con restrizioni strette: l’apertura sarà limitata esclusivamente al transito delle persone.

La decisione arriva dopo una serie di colloqui tra il governo israeliano, gli Stati Uniti e altri attori internazionali, ed è vincolata al completamento delle operazioni per il recupero del corpo del soldato israeliano Ran Gvili, l’ultimo ostaggio israeliano rimasto a Gaza.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno attualmente conducendo una missione mirata per localizzare il corpo di Gvili. Israele ha fatto sapere che non permetterà l’apertura del varco finché la situazione non sarà risolta.
Il lavoro dei militari si è concentrato in un cimitero nel nord della Striscia, tra il quartiere Daraj Tuffah e Shujaiya.
Ogni salma viene controllata: quelle identificate sul posto vengono registrate immediatamente, mentre le altre vengono trasferite in Israele all’Istituto di medicina legale di Abu Kabir per ulteriori accertamenti.
Riapertura condizionata al recupero del corpo di Ran Gvili
Secondo il quotidiano israeliano Israel Hayom, la riapertura del valico è stata decisa a seguito di una serie di consultazioni interne a Gerusalemme, culminate in un incontro con l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff.
Tuttavia, la riapertura avverrà solo quando saranno completati gli sforzi per il recupero di tutti gli ostaggi e dei corpi dei soldati israeliani, tra cui appunto quello di Gvili. La famiglia di Ran Gvili ha chiesto con fermezza che ogni provvedimento sull’apertura del valico venga preso solo dopo che il corpo del soldato sarà stato restituito. La famiglia ha dichiarato che Israele non può procedere con l’apertura del valico finché non saranno presi provvedimenti concreti per il recupero delle spoglie di Gvili, affermando che “Israele non deve dimenticare i suoi eroi”.
La decisione ha suscitato forti critiche da parte di alcuni membri del governo israeliano, in particolare dei ministri di estrema destra, tra cui Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale.

Gvir ha espresso il suo disaccordo, sostenendo che, nonostante i numerosi successi militari di Israele, come l’eliminazione di decine di migliaia di terroristi, Hamas non è stato ancora completamente distrutto. Secondo il ministro, Israele non dovrebbe concedere il transito attraverso Rafah finché Hamas non sarà eliminato dalla Striscia di Gaza.
Il recupero del corpo di Ran Gvili
Le forze israeliane, nel frattempo, stanno intensificando gli sforzi per il recupero del corpo di Ran Gvili. Secondo fonti ufficiali, Hamas ha fornito dettagli sulla posizione del corpo a mediatori internazionali.
Tuttavia, Israele non ha ancora confermato la veridicità di tali informazioni, mantenendo una posizione prudente sulla questione.
Raid a Gaza e il bilancio delle vittime
Nel frattempo, la situazione sul campo a Gaza continua a deteriorarsi. Le forze israeliane hanno intensificato i raid aerei, con attacchi mirati che hanno causato la morte di almeno tre palestinesi nel nord di Gaza, tra cui due minori.
L’esercito israeliano ha colpito diverse aree della città di Gaza, inclusa la torre Shawa Al Husari, che ospitava uffici dei media, provocando cinque feriti. Le tensioni nella regione rimangono altissime, con una violenza crescente che non accenna a diminuire.
Incendio alla sede dell’UNRWA
A Gerusalemme Est, la sede centrale dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi) è stata danneggiata in un incendio.
L’incendio segue le recenti demolizioni da parte delle autorità israeliane, che avevano sequestrato e iniziato a smantellare la struttura, dopo aver vietato all’agenzia di operare in Israele a partire dal 2025. L’UNRWA ha condannato l’incendio, denunciando un tentativo da parte di Israele di “smantellare lo status di rifugiati palestinesi”. Le autorità israeliane, da parte loro, accusano l’UNRWA di coprire attività legate a Hamas, senza però presentare prove concrete a sostegno di queste affermazioni.
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L’incendio ha suscitato una forte reazione da parte dell’ONU, che ha ribadito che Israele è legalmente obbligato a proteggere le strutture delle Nazioni Unite, come accade in qualsiasi altro stato membro. Questo episodio si inserisce in un contesto di crescente tensione diplomatica riguardo alle operazioni umanitarie e alle politiche israeliane nei confronti delle organizzazioni internazionali che operano nei territori palestinesi.