Centrodestra sull’orlo di una crisi di nervi con lo spauracchio delle elezioni anticipate: opportunità o ultimo valzer?
La maggioranza continua a governare, ma la coalizione FdI-Lega-Forza Italia-Noi Moderati attraversa una fase di crescente tensione politica.
Dietro la (ancora al momento rassicurante) stabilità dei numeri parlamentari si muovono rivalità interne, strategie divergenti e un logoramento che inizia a coinvolgere direttamente la leadership di Giorgia Meloni.
Salvini in fermento, dalle elezioni anticipate al “ritiro” della Lega
Il problema del Centrodestra è la crescente frammentazione interna, soprattutto di opinioni e strategie.
Il “sasso”, la proposta lanciata da Salvini, riguardo la possibilità di elezioni anticipate, ha sollevato un polverone.
Liquidato e frenato da FdI e Forza Italia, è stato costretto a una marcia indietro.
Fatto sta che è inutile ribadire che la Lega vive una fase delicata.

Tanto che proprio Matteo Salvini ha convocato parlamentari e dirigenti a un ritiro politico il 19 e 20 giugno per tentare di ricompattare il partito dopo settimane segnate dalle tensioni con Roberto Vannacci e dall’emorragia di dirigenti verso Futuro Nazionale.
L’adesione di Laura Ravetto è stata solo l’ultimo segnale di una competizione ormai aperta sul terreno della destra identitaria e sovranista.
Salvini teme che Vannacci possa sottrargli consenso proprio nell’elettorato più radicale e per questo sta accentuando i toni anti-europei e identitari, come dimostra anche lo scontro interno sul Mes.
Tajani e l’area moderata di Forza Italia guardano a un possibile compromesso con Bruxelles per ottenere maggiore flessibilità economica; Salvini invece continua a opporsi duramente, convinto che qualsiasi apertura possa favorire ulteriormente il generale.
Meloni resta nel mezzo, impegnata a tenere insieme una coalizione sempre più difficile da governare.
Due giorni di ritiro? No, grazie
Ad ogni modo, all’ipotesi di un ritiro “rigenerante”, Salvini ha subito ricevuto un rifiuto eccellente.
Quello immediato dell’ex governatore del Veneto Luca Zaia.

Il suo forfait è stato letto come un segnale politico.
L’ex presidente della Regione rappresenta infatti l’anima amministrativa e pragmatica del Carroccio, sempre più distante dalla linea muscolare imposta da Salvini.
Non solo Salvini, anche la premier ha i suoi dilemmi
Nel frattempo il Governo appare in difficoltà anche sul piano strategico.
Le tre grandi riforme simbolo della legislatura — premierato, autonomia differenziata e riforma della giustizia — si sono progressivamente impantanate tra rilievi costituzionali, resistenze tecniche e divisioni politiche.

Sul tavolo resta soprattutto la legge elettorale, ma la scelta stessa di affrontare questo tema a metà legislatura viene considerata da molti un segnale di debolezza più che di forza.
Molti tra gli addetti ai lavori della politica interna non hanno fatto fatica a rilevare che nella storia della Seconda Repubblica, le riforme elettorali discusse “troppo tardi” hanno spesso prodotto ulteriore instabilità invece che consolidare i Governi.
Per uscire dalle difficoltà, Palazzo Chigi prova ora a rilanciare nuovi temi: salario giusto, politiche per la casa, ritorno al nucleare.
Ma resta aperta la questione decisiva: dove trovare le risorse economiche necessarie in una fase di rallentamento e forte pressione sui conti pubblici?
Per lungo tempo Meloni ha beneficiato di un contesto internazionale favorevole che le ha garantito una riconosciuta credibilità a Bruxelles e Washington.
Ma oggi la situazione è cambiata.
Il riscontro dei sondaggi, intanto il Centrosinistra non “sfonda”
Anche se i sondaggi continuano a premiare Fratelli d’Italia, ma il quadro politico appare meno solido di quanto sembri.
Dentro la maggioranza cresce il timore di un progressivo logoramento; nelle opposizioni, invece, manca ancora una vera alternativa di Governo.
Il Campo largo appare sempre come un qualcosa di incompiuto, aleatorio: i “vecchi saggi” del Centrosinistra hanno più volte evidenziato che non esiste un programma condiviso, non c’è una leadership riconosciuta e il nodo della candidatura a Palazzo Chigi tra Elly Schlein e Giuseppe Conte è ancora irrisolto.

È proprio questa impasse dell’opposizione che potrebbe spingere Meloni a valutare la carta più rischiosa, quella delle elezioni anticipate.
Anticipare il voto significherebbe tentare di capitalizzare il vantaggio attuale prima che il deterioramento economico e politico diventi più pesante e prima che il centrosinistra riesca a organizzarsi.
Lo “spauracchio” Draghi per il rilancio di Salvini?
Lo scenario che più preoccupa entrambi gli schieramenti è infatti quello di un pareggio politico senza vincitori chiari.
Scenario inevitabile se non ci sarà la riforma elettorale dello “stabilicum”.
In un equilibrio bloccato, tornerebbe inevitabilmente a riaffacciarsi il nome di Mario Draghi, ancora considerato da molti ambienti europei e istituzionali come l’unica figura capace di garantire stabilità.

Il bis di Draghi a Palazzo Chigi sarebbe forse lo scenario che paradossalmente potrebbe rilanciare Salvini e la Lega. L’ipotesi sarebbe quella di collocarsi all’opposizione (come fece FdI durante il Covid) e recuperare gradualmente consenso.
Sullo sfondo incombe inoltre la futura partita per il Quirinale del 2029, destinata a influenzare tutte le mosse dei partiti nei prossimi anni.
Dunque oggi la vera sfida della premier sembra diventata una sola: capire se convenga resistere fino al 2027 o giocare d’anticipo prima che il logoramento interno renda la situazione ingestibile.
Calenda e le “pippe” del Centrodestra
A tutto ciò quasi beffarde e irridenti in queste ore si presentano le parole di Carlo Calenda, pronunciate dopo un incontro con la premier e un’intervista al Foglio.

Riferendosi agli esponenti del Centrodestra, il leader di Azione ha sentenziato brutalmente:
“Sono delle pippe”.
Una chiusura netta alle avances che da tempo arrivano soprattutto da Forza Italia e da una parte proprio di FdI (e recentemente un po’ a sorpresa anche da alcuni esponenti della Lega), convinte che Azione possa rappresentare un interlocutore utile in vista di futuri equilibri parlamentari.
Forse sì, forse no.