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Referendum, il Governo chiede l’elenco dei finanziatori del Comitato del no

"Assurdo" per l'Anm, l'opposizione parla di "schedatura"

Referendum, il Governo chiede l’elenco dei finanziatori del Comitato del no

La tensione tra governo e magistratura cresce sempre di più alla vigilia del referendum sulla giustizia, con un episodio che ha infuocato (ulteriormente) il dibattito: la richiesta del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di ottenere i nominativi di coloro che hanno finanziato il comitato referendario per il no alla separazione delle carriere.

Il Partito democratico ha reso noto il contenuto del documento inviato dalla capo di gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi, al presidente dell’Anm Cesare Parodi, con la richiesta di rendere noti i finanziatori del Comitato per il “no”.

Una richiesta che ha sollevato polemiche non solo per i timori legati alla privacy dei cittadini, ma anche per il sospetto che il governo stia cercando di stilare una sorta di “lista dei donatori del no“, mirando a mettere sotto pressione i sostenitori della riforma. Questo episodio si inserisce in un contesto più ampio di scontro istituzionale, alimentato dalle dichiarazioni del ministro della Giustizia sul “sistema paramafioso” all’interno del Consiglio superiore della magistratura (Csm), che hanno scatenato un’ondata di reazioni nelle scorse ore.

Levata di scudi della opposizioni, che parlano di “intimidazione“.

La lettera di Bartolozzi all’ANM

L’ennesima scintilla nella già accesa discussione è stata accesa da una lettera inviata dalla capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, al presidente dell’ANM, Cesare Parodi. Nella missiva, Bartolozzi solleva il tema di un potenziale conflitto di interesse fra i magistrati in servizio iscritti all’ANM e i privati cittadini che sostengono il “Comitato Giusto Dire No“, il comitato referendario a favore del no alla separazione delle carriere.

Bartolozzi ha richiesto all’ANM di fare chiarezza sui finanziamenti ricevuti dal comitato da parte di privati cittadini, sollevando ulteriori sospetti sulla possibile connessione tra il comitato e l’organizzazione sindacale.

La risposta dell’ANM non si è fatta attendere. In una replica al vetriolo, Parodi ha precisato che il “Comitato Giusto Dire No” è stato semplicemente promosso dall’ANM, ma che si tratta di un’entità giuridicamente autonoma, e quindi l’Associazione non è in grado di fornire informazioni più dettagliate su eventuali finanziamenti. Parodi ha aggiunto che qualsiasi richiesta di pubblicare i dati sui donatori privati sarebbe in contrasto con la protezione della privacy, ribadendo la piena trasparenza delle attività del comitato, come dimostrato sul sito ufficiale.

Opposizioni: accuse di intimidazione

Le parole di Bartolozzi e la richiesta di pubblicare i nominativi dei donatori hanno suscitato una dura reazione da parte dei partiti di opposizione, che hanno visto in questa mossa un tentativo di “intimidire” i sostenitori del no.

Per il gruppo del Partito Democratico (PD) al Senato, guidato da Alfredo Bazoli, Franco Mirabelli, Anna Rossomando e Walter Verini, la richiesta di Nordio è giuridicamente infondata e rischia di minare la libertà di partecipazione al referendum. In un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro, il PD ha chiesto chiarimenti su quale fosse la base giuridica su cui il Ministro potesse sollecitare la pubblicazione dei nominativi di cittadini privati che avessero contribuito al comitato referendario.

In difesa dell’ANM e dei suoi sostenitori si sono schierati anche i partiti della campagna per il no, come il Movimento 5 Stelle (M5S) e Alleanza Verdi e Sinistra (Avs).

Per i leader di queste formazioni, la richiesta di Nordio rappresenta una “grave intimidazione” e un attacco diretto all’indipendenza della magistratura, accusata di essere messa sotto pressione dal governo.

Il deputato M5S Alfonso Colucci ha parlato di un possibile tentativo di creare un “clima di intimidazione”, che metterebbe in discussione la piena libertà di partecipazione dei cittadini al confronto referendario, aggiungendo che le dichiarazioni del Ministro della Giustizia dovrebbero essere evitate, soprattutto da un esponente delle istituzioni.

Elly Schlein, leader del Partito Democratico, ha tuonato:

“Quando ho letto le parole di Nordio non potevo crederci. E ora non posso credere che nessuno del governo abbia ancora detto qualcosa. Non è accettabile che un ministro della Repubblica utilizzi parole che alimentano uno scontro istituzionale. Nordio deve scusarsi e la presidente Meloni prendere le distanze. Una guerra tra istituzioni non fa bene al Paese. Ci sono limiti che non vanno superati nemmeno in campagna elettorale, soprattutto sapendo qual è stato l’altissimo prezzo pagato dalla magistratura nella lotta alle mafie. Ha poi sottolineato che la giustizia non è perfetta, ma che i problemi vanno affrontati migliorando il sistema, non delegittimando i magistrati”.

“Qui siamo davanti a liste di proscrizione contro i magistrati e a un attacco frontale all’equilibrio costituzionale dei poteri. Le parole e le iniziative del ministro Carlo Nordio e del suo capo di gabinetto Bartolozzi sono gravissime e dimostrano che il referendum viene usato come arma politica per delegittimare chi non si allinea” dichiara il leader Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde.

Carlo Calenda di Azione ha espresso una posizione simile, paragonando le parole di Nordio a quelle di un altro esponente governativo, il procuratore Nicola Gratteri, dicendo che “è intollerabile”. Secondo Calenda, le parole del Ministro della Giustizia alimentano una situazione di tensione e polarizzazione che rischia di compromettere il libero dibattito democratico.

Le difese del governo: “Il sistema paramafioso esiste”

Mentre il fronte delle opposizioni si fa sempre più compatto, dalla parte del governo le posizioni sono nette, con Nordio che non arretra di fronte alle critiche. In una nuova replica, in ministro ha ribadito che la sua affermazione sul “sistema paramafioso” era una citazione diretta di un intervento di Nino Di Matteo, noto magistrato antimafia, che nel 2019 parlò di “mentalità e metodo mafioso” all’interno del sistema giudiziario.