Decreto Sicurezza e “bonus” agli avvocati per rimpatriare i migranti.
Sale il livello della polemica e ora si muove anche il Colle (il presidente della Repubblica) oltre che l’uomo di fiducia (il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Mario Mantovano) della premier Giorgia Meloni.
La maggioranza sembra essersi cacciata in una sorta di vicolo cieco, mentre le opposizioni vanno all’attacco.

Decreto sicurezza, avvocati e migranti: il corto circuito
La tensione tra Governo e Quirinale sul Decreto sicurezza ha raggiunto un livello critico, con un passaggio decisivo rappresentato dalla salita al Colle del sottosegretario Alfredo Mantovano (in copertina con Giorgia Meloni).
Un segnale evidente di quanto la vicenda sia ormai uscita dalla normale dialettica parlamentare (ieri lunedì 20 aprile nelle Commissioni congiunte di Camera e Senato) per trasformarsi in un vero e proprio caso istituzionale.
Al centro dello scontro c’è la norma (attraverso un emendamento presento da Marco Lisei di Fratelli d’Italia) che riconosce un compenso di 615 euro agli avvocati che assistono cittadini stranieri nei percorsi di rimpatrio volontario, ma solo una volta che la procedura si conclude con la partenza.

Una disposizione che ha sollevato forti dubbi, non solo politici ma anche giuridici, fino a essere considerata da più parti potenzialmente in contrasto con la Costituzione, in particolare con il diritto alla difesa e il rischio paventato di “patrocinio infedele”.
In cerca di una soluzione, Mantovano al Colle
È in questo contesto che, nel pomeriggio, Mantovano si è recato al Quirinale per un confronto diretto con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
L’incontro, descritto come teso, (il Capo dello Stato avrebbe detto a Mantovano “Così, non va”) ha fatto emergere chiaramente le perplessità del Capo dello Stato sulla norma contestata, ritenuta difficilmente compatibile con i principi costituzionali.
Da qui l’urgenza, per l’Esecutivo, di individuare una via d’uscita, anche perché il Decreto scade il 25 aprile.
Lotta contro il tempo tra tensioni e polemiche
Ecco allora che per tutta la giornata si sono susseguite ipotesi e tentativi di soluzione.
In un primo momento la maggioranza di Centrodestra sembrava orientata a intervenire con una modifica in Commissione, attraverso un emendamento correttivo.
Una strada che appariva percorribile fino a sera, quando però è emerso il rischio concreto di rallentamenti parlamentari dovuti all’opposizione.
Con tempi ormai strettissimi — il decreto come detto deve essere convertito entro il 25 aprile — anche un piccolo slittamento avrebbe potuto comprometterne definitivamente l’approvazione.
L’esigenza di assecondare i rilievi del Quirinale
È qui che si è aperto l’impasse: modificare il testo per rispondere ai rilievi del Quirinale, rischiando però di far decadere l’intero provvedimento, oppure andare avanti senza correzioni immediate, esponendosi però alla possibilità che il presidente della Repubblica rifiuti la promulgazione (con l’opposizione già pronta a gridare allo scandalo e a denunciare prove di forza “in stile regime fascista”).
Da qui l’importanza del confronto tra Mattarella e l’abile diplomazia di Mantovano.
Nel corso delle interlocuzioni tra Palazzo Chigi, Parlamento e Colle sono state valutate diverse opzioni alternative: dal rinvio a decreti attuativi fino all’ipotesi di un nuovo decreto legge che elimini successivamente la norma contestata.
Cosa potrebbe accadere, le soluzioni sul tavolo
Proprio quest’ultima soluzione, nella notte, ha iniziato a guadagnare terreno come possibile via di compromesso.
Il nodo resta comunque delicato.
Se il testo arrivasse al Quirinale senza modifiche, il Capo dello Stato potrebbe scegliere tra diverse strade: promulgare accompagnando la firma con un richiamo formale alle Camere, oppure rinviare il provvedimento, con conseguenze pesanti.
In quest’ultimo caso, infatti, il decreto decadrebbe, rappresentando un duro colpo per il Governo.
L’attacco delle opposizioni
Nel frattempo, le opposizioni hanno colto l’occasione per attaccare duramente la gestione della vicenda, parlando di uno scontro istituzionale senza precedenti e di una maggioranza in difficoltà.
Durissimo ad esempio il commento del segretario del Pd Elly Schlein:

“Il Centrodestra è in stato confusionale. Va ricordato alla premier Meloni che gli avvocati sono chiamati a difendere i diritti e gli interessi del proprio assistito, e non del Governo di turno, tanto più se si seguono direttive di Vannacci e Casapound…”.
Nel frattempo, proprio alla luce delle perplessità di Mattarella, lo stesso Pd, Avs e M5S hanno chiesto e ottenuto la sospensione dei lavori di commissione, per approfondimenti.
La posizione di avvocati magistrati
Anche fuori dal Parlamento si sono registrate prese di posizione critiche: avvocati e magistrati hanno espresso forte contrarietà alla norma, ritenuta lesiva del ruolo della difesa e del suo equilibrio rispetto al potere esecutivo.

Già ieri del resto il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco aveva esternato tutto il suo scetticismo sul provvedimento del Governo.
Il risultato è una situazione di stallo in cui ogni scelta comporta un rischio: correggere il testo e perdere tempo decisivo, oppure tirare dritto e affrontare l’incognita del Quirinale.