C'eravamo tanto amati

Aria di scissione tra Vannacci e la Lega. Salvini: “Chi esce dalla Lega finisce nel nulla”

Il generale assente in Abruzzo, e il segretario non le manda a dire

Aria di scissione tra Vannacci e la Lega. Salvini: “Chi esce dalla Lega finisce nel nulla”

C’eravamo tanto amati…

La separazione tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci non è più un’ipotesi teorica, ma una dinamica politica ormai in corso. Alla tre giorni della Lega in Abruzzo, il segretario ha scelto parole che hanno il sapore di un congedo definitivo, pur senza pronunciare mai il nome del suo vicesegretario:

“Chi esce dalla Lega finisce nel nulla. Non abbiamo bisogno di pesi improduttivi”.

Un messaggio che molti, dentro e fuori il partito, hanno letto come un invito esplicito a farsi da parte per l’ex generale, da mesi impegnato a costruire un progetto politico sempre più autonomo.

Un rapporto arrivato al capolinea

Fino a poco tempo fa, quello tra Salvini e Vannacci era un matrimonio di convenienza che funzionava. Alle elezioni europee le oltre 500 mila preferenze raccolte dall’ex comandante avevano garantito alla Lega quell’1 per cento decisivo per salvare la leadership del segretario. In cambio, Vannacci aveva ottenuto visibilità, incarichi e una posizione centrale nel partito.

Poi qualcosa si è incrinato. Le differenze di linea sono diventate via via più evidenti: sui diritti civili, sulla guerra in Ucraina, sulla strategia europea, sul ruolo stesso della Lega dentro il governo. Fino a trasformarsi in un conflitto aperto.

Il progetto politico di Vannacci

Negli ultimi dodici mesi Vannacci ha attraversato l’Italia con una lunga serie di incontri pubblici, spesso con sale piene. Ha parlato a un elettorato preciso, facendo leva su un linguaggio identitario e su temi che appartengono alla tradizione dell’estrema destra europea: sovranismo radicale, critica al “woke”, difesa della “civiltà occidentale”, centralità del concetto di “remigrazione”.

Secondo ambienti a lui vicini, l’obiettivo non è una scissione parlamentare immediata, ma la costruzione graduale di un nuovo contenitore politico in vista delle prossime elezioni. Il logo sarebbe già pronto, la raccolta fondi avviata, i primi contatti territoriali attivi.

Resta però uno scoglio non secondario: per presentare le liste alla Camera servono circa 36 mila firme. Un passaggio tecnico complesso, che richiede una macchina organizzativa già rodata.

Pochi parlamentari, molto consenso personale

Sul piano dei numeri, la pattuglia dei cosiddetti “vannacciani” è ridotta. Alla Camera lo seguirebbero Domenico Furgiuele, Edoardo Ziello e Rossano Sasso, oltre a Emanuele Pozzolo, fuoriuscito da Fratelli d’Italia. Al Senato, al momento, non esiste un gruppo strutturato.

Il vero capitale politico di Vannacci resta quindi il consenso personale, non una forza parlamentare organizzata. Un elemento che rende la sua scommessa ambiziosa ma anche rischiosa.

La linea dura di Salvini

Dal palco di Rivisondoli, Salvini ha scelto di chiudere ogni ambiguità. Ha parlato di “famiglia”, di “comunità”, contrapponendole alla logica dei gradi militari. E ha insistito sul concetto di peso improduttivo:

“Se lungo il cammino lo zaino si riduce di peso improduttivo, lo lasciamo volentieri agli altri”.

Più che uno sfogo, un messaggio politico preciso: la Lega non intende più farsi condizionare da leadership parallele.

Le fratture che hanno portato allo scontro

La distanza tra i due non è solo caratteriale. Riguarda questioni centrali dell’agenda politica:

  • i diritti civili e le politiche di genere, su cui Vannacci spinge su posizioni più radicali;
  • la guerra in Ucraina, con divergenze sempre più marcate;
  • il rapporto con l’Unione europea;
  • il profilo della Lega come partito di governo.

Anche in Parlamento le tensioni sono emerse in modo concreto, con il voto contrario di alcuni deputati vicini a Vannacci sulla proroga degli aiuti militari a Kiev.

Una destra già affollata

La possibile nascita di un nuovo partito ultrasovranista si inserisce in un quadro già complesso. Fratelli d’Italia è oggi la forza egemone della coalizione, la Lega è in una fase di ridefinizione, e lo spazio a destra è già occupato da più sigle minori.

In questo contesto, il rischio è duplice: frammentare ulteriormente l’elettorato e non riuscire a superare le soglie di sbarramento. Un esito che finirebbe per rafforzare indirettamente proprio il partito di Giorgia Meloni.

Gli scenari aperti

A questo punto, le strade possibili sono tre. La prima è l’uscita formale dalla Lega e la presentazione di un nuovo soggetto politico alle prossime elezioni. La seconda è una rottura senza una vera struttura organizzativa, con il rischio di un rapido ridimensionamento. La terza è un rinvio strategico, in attesa di condizioni politiche più favorevoli.

Una separazione quasi inevitabile

Per Salvini, l’addio del “Generale” potrebbe segnare la fine di una stagione ambigua e l’avvio di un tentativo di ricompattamento interno. Per Vannacci, invece, la sfida è trasformare una popolarità personale in un progetto politico duraturo.

La sensazione, dentro la Lega, è che la separazione non sia più una questione di se, ma soltanto di quando.