Una nuova iniziativa diplomatica potrebbe prendere forma già nei prossimi giorni. Il Pakistan si propone, infatti, come terreno neutrale per avviare colloqui tra Stati Uniti e Iran nel tentativo di fermare l’escalation militare nella regione del Golfo. Continuano intanto i bombardamenti israeliani e non solo.
Possibile incontro Usa-Iran in Pakistan
Islamabad sta emergendo come uno dei pochi attori in grado di dialogare con tutte le parti coinvolte nel conflitto. La proposta è quella di ospitare un vertice di pace entro la fine della settimana, probabilmente giovedì 27 marzo 2026, con la partecipazione di delegazioni di alto livello. Ma l’Iran non sembrerebbe intenzionato a prenderne parte.
Secondo diverse fonti, tra cui media internazionali, il vicepresidente statunitense JD Vance potrebbe essere presente, insieme a figure chiave dell’amministrazione americana. Sul fronte iraniano, potrebbe partecipare il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, considerato una figura influente nel sistema politico di Teheran.

I contatti diplomatici dietro le quinte
Negli ultimi giorni si sono intensificati i colloqui informali. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha avuto diversi scambi con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ribadendo la volontà del Pakistan di favorire una de-escalation.

“Il Pakistan accoglie con favore e sostiene pienamente gli sforzi in corso per perseguire il dialogo volto a porre fine alla guerra in Medio Oriente, nell’interesse della pace e della stabilità nella regione e oltre. Previo consenso degli USA e dell’Iran, il Pakistan è pronto e onorato di ospitare i colloqui”, ha dichiarato Sharif.
Parallelamente, il capo dell’esercito pakistano Asim Munir ha avuto un colloquio diretto con il presidente statunitense Donald Trump. Un segnale che conferma il ruolo crescente di Islamabad come intermediario credibile.
Nonostante ciò, da Teheran arrivano segnali di cautela: l’Iran non sarebbe ancora pienamente pronto a sedersi al tavolo, complice una forte diffidenza verso Washington.

Le condizioni sul tavolo: richieste opposte
I possibili negoziati si preannunciano complessi. Gli Stati Uniti, sostenuti da Israele, puntano su richieste molto rigide: lo stop al programma nucleare iraniano, la rimozione dell’uranio arricchito, controlli internazionali più severi e limitazioni sul programma missilistico.
Dall’altra parte, Teheran chiede garanzie di sicurezza, la chiusura delle basi americane nella regione e compensazioni per i danni subiti. L’Iran si è detto disponibile a ridurre le scorte di uranio, ma non intende rinunciare al diritto all’arricchimento.
Israele osserva con attenzione l’evolversi della situazione. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato aggiornato sui contatti tra Stati Uniti e Iran e ha già attivato canali diplomatici per influenzare eventuali accordi.
A Tel Aviv cresce il timore che Washington possa accettare un compromesso considerato troppo morbido. In particolare, c’è il sospetto che Teheran possa sfruttare i negoziati per guadagnare tempo senza fare concessioni sostanziali.
Trump ottimista ma la guerra non si ferma
Nonostante il clima teso, Donald Trump continua a mostrarsi fiducioso, complice il minimo storico ai sondaggi di gradimento della sue presidenza. Il tycoon ha parlato di segnali incoraggianti, citando anche un importante gesto legato al settore energetico e alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Secondo alcune ricostruzioni, l’Iran avrebbe aperto al passaggio delle navi nello stretto, anche se restano dubbi su possibili costi imposti alle imbarcazioni.
Intanto, come dicevamo, Trump ha affidato il dossier negoziale al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato Marco Rubio, indicando la volontà di arrivare rapidamente a un accordo. Peccato che nel frattempo circa mille soldati statunitensi dell’82ª Divisione Aviotrasportata dell’Esercito verranno schierati nei prossimi giorni in Medio Oriente.
La diffidenza degli iraniani: “Mai compromessi con voi”
Dal lato iraniano, la fiducia è ai minimi. Secondo alcune indiscrezioni, Teheran teme che i negoziati possano nascondere un tranello, addirittura con il rischio di attentati contro figure di primo piano come il presidente del Parlamento Ghalibaf.
Non solo: c’è il sospetto che alcune mosse di Washington, come la temporanea riduzione degli attacchi a infrastrutture energetiche, siano tattiche per influenzare il mercato petrolifero prima di una nuova escalation.
“Chi si autoproclama superpotenza globale si sarebbe già tirato fuori da questo pasticcio se avesse potuto. Non mascherate la vostra sconfitta come un accordo. La vostra era di vuote promesse è giunta al termine. I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi? La nostra prima e ultima parola è stata la stessa fin dal primo giorno e tale rimarrà: qualcuno come noi non scenderà mai a compromessi con qualcuno come voi. Né ora, né mai“, tuonano dalla leadership iraniana.
Israele continua a bombardare
Mentre si discute di diplomazia, il conflitto continua a intensificarsi. Sul terreno, Israele continua le operazioni militari su più fronti con attacchi mirati e bombardamenti aerei.
Nella Striscia di Gaza, un raid nella zona di az-Zawayda ha causato la morte di quattro persone, mentre proseguono le operazioni contro obiettivi ritenuti legati a gruppi armati. Parallelamente, l’aviazione israeliana ha colpito anche il territorio iraniano, prendendo di mira infrastrutture considerate strategiche.
Nel sud del Libano, gli attacchi si sono concentrati nell’area di Sidone: quattro vittime si registrano nella città di Adloun e altre due nel campo profughi palestinese di Mieh Mieh. Secondo fonti locali, i raid avrebbero avuto come obiettivo posizioni riconducibili a Hezbollah.
Le forze israeliane hanno inoltre dichiarato di aver eliminato diversi membri del gruppo sciita, tra cui un combattente armato di lanciarazzi.
Vertice ancora incerto
Al momento, nulla è ancora confermato ufficialmente. Le delegazioni statunitensi potrebbero arrivare in Pakistan a breve, ma la partecipazione iraniana resta incerta.
Se dovesse concretizzarsi, l’incontro rappresenterebbe uno dei momenti diplomatici più importanti degli ultimi mesi, con la possibilità di aprire uno spiraglio verso una tregua in un conflitto che continua a preoccupare l’intera comunità internazionale.