Gli Stati Uniti “sono al comando” del Venezuela e sono pronti a colpire di nuovo se Caracas non si comporterà come richiesto da Washington. È il messaggio ribadito dal presidente americano Donald Trump parlando con i reporter a bordo dell’Air Force One, all’indomani del blitz “senza precedenti” che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e della moglie e al loro trasferimento negli Stati Uniti.
“Se non si comportano bene, effettueremo un secondo attacco”, ha scandito il tycoon, chiarendo che “non è più fuori discussione”.
Trump: “Se non fa cosa giusta pagherà prezzo più alto di Maduro”
Maduro è ora detenuto al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, in attesa di comparire davanti a un giudice federale a Manhattan con accuse di cospirazione per traffico di droga, armi e terrorismo. Secondo il New York Times, l’operazione avrebbe causato almeno 40 morti tra militari e civili. Il Dipartimento di Giustizia può contare su un supertestimone: l’ex capo dell’intelligence militare venezuelana Hugo Armando Carvajal Barrios, già dichiaratosi colpevole in un processo analogo.
Dopo la cattura del leader chavista, la Corte Suprema del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente Delcy Rodríguez di assumere ad interim la presidenza “per garantire la continuità amministrativa e la difesa integrale della nazione“, senza però dichiarare Maduro definitivamente decaduto. Le forze armate hanno riconosciuto Rodríguez, ma la sua posizione resta estremamente fragile.

Trump l’ha avvertita direttamente: se “non farà la cosa giusta“, pagherà “un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”. Il presidente Usa ha spiegato che Washington sta “trattando con persone che sono appena entrate in carica” e ha aggiunto, incalzato dai giornalisti:
“Non chiedetemi chi comanda… significa che siamo noi al comando“.
Gli Stati Uniti, ha detto ancora, stanno pensando di riaprire l’ambasciata a Caracas e di “sistemare” il Venezuela prima di parlare di elezioni, che si terranno “al momento giusto“.
Rodriguez: “Lavoriamo insieme”. Rubio: “Non è legittima”
Rodríguez ha risposto con toni concilianti. Nel suo primo messaggio da presidente ad interim ha invitato Trump a “lavorare insieme“, chiedendo un rapporto “equilibrato e rispettoso“, fondato su “pace e dialogo, non guerra“. Ha ribadito che il Venezuela aspira a vivere senza minacce esterne e ha proposto un’agenda di cooperazione orientata allo sviluppo condiviso e al rispetto del diritto internazionale.

Ma da Washington arrivano segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio, indicato dal Washington Post come il “viceré di Caracas” per il suo ruolo nell’operazione e nella futura transizione, ha preso le distanze dal riconoscimento di Rodríguez. “Lei non è una presidente legittima“, ha affermato, spiegando che gli Stati Uniti non ritengono legittimo il regime attualmente al potere. Pur riconoscendo che in Venezuela “ci sono persone che possono effettivamente apportare dei cambiamenti“, Rubio ha chiarito che la legittimità potrà derivare solo da un periodo di transizione e da elezioni, oggi considerate “premature“.
Rubio ha anche ridimensionato le parole di Trump sul “governare” il Venezuela: gli Usa, ha detto, non amministreranno il Paese giorno per giorno, ma continueranno ad applicare la “quarantena petrolifera” e le sanzioni come leva di pressione. “Non siamo in guerra con il Venezuela, ma con i narcotrafficanti“, ha spiegato, parlando di un’offensiva contro le organizzazioni criminali transnazionali, incluso il Cartel de los Soles, di cui Maduro sarebbe stato il leader. Washington manterrà una forte presenza navale nei Caraibi e continuerà a sequestrare navi coinvolte nel traffico di droga o nel commercio di petrolio sanzionato.