Da una parte un presidente costretto a lasciare la Turchia con un’operazione segreta, perché l’intelligence americana temeva un possibile attacco iraniano contro il suo aereo. Dall’altra oltre 400 ex funzionari della sicurezza nazionale che accusano quello stesso presidente di indebolire i contrappesi della democrazia americana.
L’Air Force One usato come diversivo
Le immagini pubbliche mostravano Trump salire ad Ankara sul grande Boeing 747 presidenziale davanti a giornalisti e telecamere, era l’8 luglio 2026.

Secondo il Washington Post, poco dopo il presidente sarebbe però uscito dal lato opposto del velivolo e trasferito, insieme a pochi collaboratori, su un mezzo aeroportuale per il catering. Da lì avrebbe raggiunto clandestinamente un più piccolo Air Force C-32A, il Boeing 757 utilizzato per trasportare le massime autorità americane.
Il 747 decollò comunque, con a bordo giornalisti e personale della Casa Bianca che in alcuni casi credevano Trump fosse ancora sull’aereo. Alla stampa venne anche chiesto di tenere abbassate le tendine dei finestrini.
L’intelligence temeva un missile iraniano
Dietro il depistaggio ci sarebbe stata una minaccia concreta. Già il 24 luglio CBS News aveva riferito che l’intelligence americana aveva individuato un piano credibile attribuito all’Iran o ai suoi proxy per colpire l’aereo del presidente con un missile durante la partenza da Ankara.
Non venne semplicemente cambiato velivolo, ma organizzato un vero piano-esca. Un precedente simile risale al 2000, quando durante una visita di Bill Clinton in Pakistan un aereo presidenziale venne utilizzato come diversivo mentre il presidente viaggiava su un altro velivolo.
Il nuovo 747 qatariota sotto esame
La vicenda riapre anche il dossier del nuovo Boeing 747 ricevuto dagli Stati Uniti dal Qatar e trasformato in aereo presidenziale.
Trump era arrivato al vertice proprio su quel velivolo, ma per il viaggio di ritorno i servizi avrebbero preferito non utilizzarlo. I vecchi VC-25 dispongono infatti di sistemi di difesa estremamente sofisticati, comprese tecnologie pensate per confondere o neutralizzare missili in arrivo, mentre il nuovo aereo necessita ancora di ulteriori adeguamenti.
La Casa Bianca sostiene che il jet qatariota rispetti elevati standard di sicurezza, ma ha riconosciuto che vengono impiegati tutti gli strumenti disponibili perché Trump rappresenta un obiettivo prioritario per diversi nemici degli Stati Uniti.
Una minaccia iraniana che dura da anni
Il rischio non nasce nel 2026. L’intelligence americana segue da tempo presunti piani iraniani contro Trump e contro ex funzionari coinvolti nella politica di massima pressione su Teheran.
Già durante la campagna elettorale del 2024 il candidato era stato informato dell’esistenza di possibili squadre iraniane incaricate di organizzare attentati negli Stati Uniti, con conseguente rafforzamento delle misure di sicurezza e uso di aerei-esca.
La guerra aperta con l’Iran nel 2026 ha ulteriormente aumentato il livello di allarme. Durante il vertice di Ankara lo stesso Trump aveva detto:
“Sono il numero uno della loro lista”.
Nelle stesse ore l’allarme degli ex 007
Contemporaneamente, il Financial Times ha riportato un’altra vicenda destinata a pesare sul dibattito americano.
Un gruppo che si chiama The Steady State e riunisce oggi oltre 420 ex funzionari della sicurezza nazionale – veterani della CIA, dell’FBI, del Dipartimento di Stato, del Pentagono, della Homeland Security, diplomatici, militari ed ex funzionari del Congresso, provenienti da amministrazioni repubblicane e democratiche – si è scagliato contro il tycoon.
Molti di loro accusano il secondo mandato di Trump di mostrare caratteristiche tipiche dei sistemi che concentrano progressivamente il potere e indeboliscono i controlli sull’esecutivo.
“Il manuale degli autocrati”
Tra le voci più dure c’è Paul Kolbe, ex capo stazione della CIA con esperienza nell’ex Unione Sovietica e nei Balcani. Secondo lui diversi comportamenti dell’amministrazione ricordano schemi già osservati nei governi autoritari.
L’avvocato specializzato in sicurezza nazionale Mark Zaid sostiene invece che numerosi tradizionali “guardrail” istituzionali siano stati progressivamente rimossi.

Il gruppo cita soprattutto richiesta di lealtà personale, indebolimento dei controlli istituzionali, uso dei nulla osta di sicurezza contro gli avversari e politicizzazione dell’intelligence.
Uno dei casi più contestati risale al primo giorno del secondo mandato di Trump, quando il presidente revocò i nulla osta di sicurezza a circa 50 ex funzionari dell’intelligence che nel 2020 avevano firmato una lettera sul laptop di Hunter Biden, sostenendo che la vicenda presentasse caratteristiche compatibili con un’operazione russa.
Per la Casa Bianca quelle persone avevano utilizzato impropriamente la propria autorevolezza per influenzare le elezioni. Gli ex funzionari leggono invece il provvedimento come un uso del potere presidenziale per punire gli avversari politici.
Zaid sostiene che un impiego dei security clearance su questa scala non si vedeva dai tempi della Red Scare degli anni Cinquanta.
Lo scontro sulla CIA e sui documenti desecretati
Un altro terreno di confronto riguarda l’uso politico delle informazioni di intelligence. Gli ex funzionari contestano in particolare la pubblicazione di materiale desecretato utilizzato da Trump per sostenere che la Cina fosse intervenuta nelle elezioni del 2020, mentre una precedente valutazione del National Intelligence Council aveva concluso che Pechino non aveva condotto una vera campagna di interferenza elettorale.
L’ex analista CIA Julia Curlee accusa quindi l’amministrazione di piegare l’agenzia a una narrativa politica. La CIA respinge l’accusa, sostenendo che le desecretazioni siano avvenute secondo procedure regolari e con il coinvolgimento dei vertici dell’intelligence.
Un’altra ex analista, Gail Helt, denuncia invece un crescente “culto della personalità” attorno al presidente. Ha citato le proposte di utilizzare l’immagine di Trump su passaporti e moneta americana, arrivando provocatoriamente a richiamare Mao Zedong.

La Casa Bianca: “Stiamo restaurando la democrazia”
L’amministrazione respinge completamente questa lettura. Secondo la Casa Bianca, Trump è stato eletto proprio per ridurre il potere di apparati federali non eletti, smantellare quella che considera la politicizzazione della burocrazia e restituire autorità agli elettori.
Ciò che gli ex funzionari definiscono deriva autoritaria sarebbe quindi, nella lettura dell’amministrazione, una “restaurazione della democrazia”.
Gli ex 007 entrano nella campagna per le Midterm
L’aspetto più insolito è che molti ex membri dell’intelligence hanno deciso di abbandonare la tradizionale neutralità politica.
Il 17 luglio, The Steady State ha annunciato che per la prima volta sosterrà pubblicamente candidati alle elezioni di metà mandato del novembre 2026, valutandoli in base al rispetto dello Stato di diritto, dei controlli sul potere esecutivo, della libertà di stampa e del trasferimento pacifico del potere.
Il fondatore Steven Cash ha spiegato la decisione con una frase netta: “Non siamo più in tempi normali”.
Le due vicende non hanno un legame operativo, ma insieme restituiscono un’immagine particolarmente tesa degli Stati Uniti del 2026. Sul fronte esterno, il presidente è considerato un bersaglio sufficientemente concreto da giustificare aerei-esca, un trasferimento nascosto in un mezzo del catering e un cambio clandestino di velivolo per sfuggire a un possibile attentato iraniano.
Sul fronte interno, centinaia di ex funzionari degli stessi apparati incaricati di proteggere lo Stato americano sostengono che il sistema rischi un’erosione dei propri contrappesi democratici.
Tutto ciò a meno di tre mesi dalle elezioni di midterm.