1.114 vittime civili

Trump: “Avrebbero colpito prima loro, in due settimane avrebbero avuto la bomba”

A fargli eco anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth: "Usa verso una vittoria devastante"

Trump: “Avrebbero colpito prima loro, in due settimane avrebbero avuto la bomba”

Gli Stati Uniti non sembrano intenzionati ad una de-escalation nella loro offensiva contro l’Iran. Il presidente Donald Trump, durante una tavola rotonda alla Casa Bianca sullo sviluppo della guerra, ha confermato la sua determinazione ad andare avanti con la campagna militare, dichiarando che il paese sta “facendo 15” su una scala da uno a dieci per quanto riguarda l’intensità dell’operazione.

The Donald ha ribadito che l’esercito americano è il “più forte del mondo”.

Trump: “Avrebbero colpito prima loro, in due settimane avrebbero avuto la bomba”

“Per anni abbiamo tollerato l’Iran, ma non avremmo dovuto farlo”, ha detto in tycoon, criticando le politiche passate nei confronti della Repubblica Islamica.

Il presidente ha quindi messo in evidenza la necessità di agire con urgenza:

“Se non avessimo colpito entro due settimane, avrebbero avuto un’arma nucleare”.

La dichiarazione del presidente americano ha lo scopo di giustificare le azioni militari intraprese, sostenendo che l’Iran stava diventando sempre più pericoloso e che, senza l’intervento degli Stati Uniti, avrebbe continuato a minacciare i paesi vicini e a destabilizzare la regione.

Trump: "Avrebbero colpito prima loro, in due settimane avrebbero avuto la bomba"
Donald Trump

“Stanno attaccando i Paesi vicini, in alcuni casi i loro alleati, o quelli che erano i loro alleati non molto tempo fa”, ha aggiunto.

Trump ha continuato affermando che la leadership iraniana sta “rapidamente svanendo”, facendo riferimento alla rimozione delle principali figure politiche e alla crescente pressione sul governo di Teheran. Secondo il presidente, gli Stati Uniti continueranno ad avanzare contro l’Iran, in collaborazione con Israele, dichiarando “Siamo in una posizione molto forte”.

Il Pentagono conferma le parole di Trump

Prima delle parole di Trump, era stato il capo del Pentagono, Pete Hegseth, a parlare delle vittorie militari ottenute. Hegseth ha definito l’operazione statunitense come una vittoria devastante, dichiarando che gli Stati Uniti hanno preso il controllo dei cieli iraniani grazie alla superiorità delle forze aeree.

Inoltre, ha orgogliosamente rivendicato il successo del sottomarino statunitense che ha affondato una nave da guerra iraniana, una vittoria che Hegseth ha definito come “il primo affondamento di una nave nemica tramite siluro dalla Seconda guerra mondiale”. Il bersaglio, la fregata iraniana Iris Dena, è stata colpita al largo delle coste dello Sri Lanka, con almeno 87 morti tra le 140 persone a bordo. L’affondamento della nave è stato uno degli attacchi più significativi dall’inizio del conflitto.

Trump: "Avrebbero colpito prima loro, in due settimane avrebbero avuto la bomba"

Hegseth ha poi sottolineato un altro importante successo: l’eliminazione di Farhad Shakeri, l’uomo a capo dell’unità iraniana accusata di aver tentato di assassinare lo stesso Trump come vendetta per l’uccisione di Qasem Soleimani nel 2020.

Israele nel conflitto: raid e attacchi in Libano e Iran

Nel frattempo, Israele ha continuato ad intensificare i suoi raid aerei sull’Iran, colpendo diverse città iraniane, tra cui Teheran, Karaj, Qom, Behbahan, Kermanshah, Khorramabad, Shiraz e Tabriz. Gli attacchi sono stati così incessanti che le autorità hanno deciso di rinviare il funerale dell’ayatollah Ali Khamenei, che avrebbe dovuto iniziare quella sera e protrarsi per tre giorni. Il conflitto ha raggiunto anche il Libano, dove le forze israeliane hanno intensificato i bombardamenti, con 72 morti registrati fino a quel momento.

Nel frattempo, i combattimenti tra le truppe israeliane e i miliziani sciiti di Hezbollah si sono intensificati nel sud del paese, aumentando la tensione nell’area.

Trump ha anche espresso il suo pieno supporto a Israele, dicendo “Vai avanti fino in fondo, gli Stati Uniti sono con te”.

Parole che, durante un colloquio telefonico, Hegseth ha rivolto al ministro della Difesa israeliano, Israel Katz.

La reazione dell’Iran

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha giustificato l’aggressione contro gli Stati Uniti e Israele dicendo che “l’aggressione militare americano-sionista non ci ha lasciato altra scelta che difenderci”.

Pezeshkian ha poi lanciato un appello ai paesi vicini e agli alleati iraniani, esortandoli a un “sforzo congiunto per la pace” per fermare gli attacchi. Tuttavia, i Pasdaran hanno rivendicato il controllo totale dello Stretto di Hormuz, un’importante via di transito per il commercio di petrolio. L’Iran ha continuato a minacciare la distruzione delle infrastrutture militari ed economiche della regione, con un aumento dei disordini e delle difficoltà nei paesi limitrofi.

In particolare, l’Iran ha preso responsabilità per il blackout elettrico che ha colpito l’intero Iraq, una mossa che ha sollevato preoccupazioni globali riguardo la sicurezza energetica e l’infrastruttura del paese. Gli Stati Uniti hanno risposto esortando i propri cittadini a lasciare immediatamente l’Iraq, una misura che ha indicato l’alto livello di allerta e le crescenti difficoltà nella regione.

Il bilancio delle vittime e gli attacchi su obiettivi civili

Secondo Human Rights Activists News Agency, almeno 1.114 civili sono stati uccisi in Iran dal 28 febbraio, data di inizio degli attacchi da parte delle forze statunitensi e israeliane. Fra le vittime, ci sono 183 bambini, molti dei quali sotto i dieci anni. I rapporti parlano di attacchi contro obiettivi civili, tra cui scuole e strutture mediche, che violano il diritto internazionale umanitario. L’alto numero di vittime e le circostanze degli attacchi sollevano nuove preoccupazioni sul rispetto delle leggi di guerra.

Il bilancio delle vittime si avvicina a quello della guerra di dodici giorni dello scorso anno tra Iran, Israele e Stati Uniti, che aveva causato circa 1.190 morti in Iran. Gli attacchi di ritorsione da parte dell’Iran hanno avuto anche conseguenze nei paesi vicini, con decine di vittime in altri stati del Medio Oriente, inclusi sei militari statunitensi.