Lo scontro tra gli Stati Uniti e la Corte penale internazionale dell’Aia sale di livello. Martedì 18 agosto 2026 l’amministrazione di Donald Trump ha imposto sanzioni alla presidente della Corte, la giudice giapponese Tomoko Akane, e ad Abdoulaye Seye, avvocato senegalese e alto funzionario dell’ufficio del procuratore.

Le misure prevedono il congelamento di eventuali beni sottoposti alla giurisdizione statunitense e, soprattutto, l’esclusione sostanziale dal sistema finanziario americano, con conseguenze che possono propagarsi anche alle banche internazionali che operano negli Stati Uniti.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato i due funzionari di avere partecipato ad attività volte a “indagare, arrestare, detenere o perseguire” rappresentanti di Paesi che non hanno accettato la giurisdizione della Corte.
Il nodo è Netanyahu
Il bersaglio politico principale della campagna americana è ormai evidente: l’inchiesta della Corte sui crimini commessi durante la guerra a Gaza.
Il 21 novembre 2024, la Corte penale internazionale aveva emesso mandati d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, ritenendo che vi fossero ragionevoli motivi per ipotizzare responsabilità per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Le accuse comprendono, tra l’altro, l’impiego della fame come metodo di guerra e attacchi contro la popolazione civile. Israele respinge le accuse.

Seye faceva parte del gruppo di lavoro della Procura impegnato proprio sul dossier israeliano. Da allora Washington ha progressivamente trasformato la propria opposizione alla Corte in una vera campagna di pressione.
Rubio vuole isolare la Corte
Già il 13 luglio Rubio aveva annunciato che “nessuna opzione diplomatica sarà esclusa” nel tentativo di neutralizzare quella che l’amministrazione Trump considera una minaccia alla sovranità americana.
Secondo Reuters, Washington sta esercitando pressioni su altri governi affinché prendano le distanze dalla Corte o arrivino perfino a uscirne, valutando sanzioni aggiuntive, restrizioni sui visti e altre misure contro l’istituzione e le organizzazioni che collaborano con essa.
Gli Stati Uniti non hanno mai aderito allo Statuto di Roma, il trattato che nel 2002 ha dato vita alla Corte. Nemmeno Israele, Russia e Cina ne fanno parte.
Ed è proprio questo il cuore della contestazione americana: secondo Washington, un tribunale al quale gli Stati Uniti o Israele non hanno aderito non dovrebbe poter giudicare i loro cittadini.
Ma la Corte risponde: conta dove viene commesso il crimine
La posizione della Corte è diversa. Lo Statuto di Roma consente infatti alla CPI di esercitare la propria giurisdizione non soltanto sui cittadini degli Stati aderenti, ma anche su crimini commessi nel territorio di uno Stato parte, indipendentemente dalla nazionalità del presunto responsabile.
La Palestina è entrata nello Statuto di Roma nel 2015 e la Corte ha successivamente stabilito che, ai fini della propria giurisdizione, il territorio comprende Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.
È su questa base giuridica che i giudici dell’Aia ritengono di poter indagare anche cittadini israeliani, nonostante Israele non riconosca la Corte. Questa interpretazione è contestata da Israele e dagli Stati Uniti, ma è stata confermata più volte dai giudici della CPI.
“Attacco all’indipendenza giudiziaria”
La risposta dell’Aia è stata durissima. La Corte penale internazionale, in una dichiarazione del 19 agosto, ha definito le nuove sanzioni americane un “flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale”, sostenendo che colpire giudici e procuratori per il loro lavoro mette in pericolo l’intero sistema della giustizia internazionale.
Con le ultime designazioni salgono a 13 i funzionari della Corte colpiti dalle sanzioni statunitensi. Fra loro figurano ormai nove dei 18 giudici, entrambi i viceprocuratori, l’ex procuratore e altri membri dell’ufficio dell’accusa.
La presidente Akane aveva già avvertito mesi fa che un’estensione delle sanzioni avrebbe potuto “compromettere rapidamente” il funzionamento della Corte.
Il Giappone rompe il silenzio
La decisione ha prodotto anche una conseguenza diplomatica insolita. Mercoledì 19 agosto il governo del Giappone, uno degli alleati più stretti degli Stati Uniti, ha criticato pubblicamente Washington per avere sanzionato Akane, che è cittadina giapponese.
“Le misure annunciate sono molto spiacevoli”, ha dichiarato il ministero degli Esteri di Tokyo, ricordando che il Giappone sostiene da sempre il ruolo della Corte nel perseguire genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Anche i Paesi Bassi, che ospitano la Corte all’Aia, hanno espresso opposizione alle sanzioni e ribadito il proprio sostegno all’istituzione.
Il paradosso americano: la Corte andava bene contro Putin
La polemica ha anche un precedente che rende la posizione americana particolarmente controversa. Nel marzo 2023, quando la stessa Corte emise un mandato di arresto contro Vladimir Putin per la deportazione illegale di bambini ucraini, l’allora presidente Joe Biden definì la decisione “giustificata”. Pochi mesi dopo Washington autorizzò anche la condivisione con la CPI di prove raccolte dagli Stati Uniti sui presunti crimini di guerra russi in Ucraina.
L’offensiva contro la CPI dopo i mandati contro Netanyahu ha quindi riaperto l’accusa di applicare due pesi e due misure alla giustizia internazionale.
Anche negli Stati Uniti cresce la contestazione
Lo scontro non è soltanto tra Washington e l’Aia. L’11 agosto, quattro importanti organizzazioni americane per i diritti umani — tra cui Human Rights Watch e il Center for Constitutional Rights — hanno citato in giudizio l’amministrazione Trump sostenendo che le sanzioni contro la Corte violino la Costituzione americana e limitino la libertà di espressione e la possibilità di collaborare alle indagini sui crimini internazionali.
Anche alcuni giudici della CPI colpiti dalle sanzioni hanno avviato azioni legali negli Stati Uniti. Un precedente esiste già: un analogo ordine emanato da Trump durante il suo primo mandato, nel 2020, era stato bloccato da un giudice federale perché ritenuto probabilmente incompatibile con il Primo Emendamento. L’amministrazione Biden lo cancellò nel 2021.
Oggi la Corte conta 125 Stati membri. Non dispone però di una propria polizia e dipende dalla collaborazione degli Stati per eseguire i mandati di arresto. È proprio questa fragilità che rende la pressione americana potenzialmente molto pesante.
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