Donald Trump torna protagonista al Forum economico mondiale con un intervento che mescola provocazione, rivendicazioni politiche e messaggi geopolitici destinati a far discutere a lungo. Davanti a una platea di leader economici e istituzionali, il presidente degli Stati Uniti ha tracciato un bilancio del suo secondo mandato, attaccato l’Europa, rilanciato sull’energia e rilanciato, con toni controversi, la questione della Groenlandia.
“È un piacere tornare nella splendida Davos”, esordisce, salutando “amici e qualche nemico”. Il tono è quello che gli è abituale: diretto, polemico, a tratti ironico. Ma il messaggio è chiaro fin dall’inizio: l’America, secondo Trump, è uscita dal “declino” dell’era Biden ed è tornata sulla strada della crescita.
Il bilancio sull’America e l’attacco a Biden
Trump ha definito l’amministrazione precedente un “modello fallito”, parlando di un Paese che sarebbe stato vicino al collasso.
“Saremmo morti se avessero continuato a governare i democratici”, ha affermato, sostenendo che le sue politiche abbiano evitato milioni di persone di finire in fila alle mense dei poveri.
Il tycoon ha rivendicato, come alla vigilia, risultati economici “senza precedenti”: investimenti promessi per 18 mila miliardi di dollari, inflazione sotto controllo, crescita sostenuta. Ha attaccato le politiche ambientali, annunciato lo stop alle pale eoliche e rivendicato di aver “licenziato i burocrati”, costringendoli a trovare lavoro nel settore privato.
“Amo l’Europa, ma non va nella giusta direzione”
Uno dei passaggi più duri riguarda l’Europa.
“Amo l’Europa, ma alcune aree non sono nemmeno riconoscibili”.
Secondo Trump il presunto declino europeo sarebbe legato alle politiche migratorie, e ha accusato i governi di importare popolazione da terre lontane, seguendo – a suo dire – la stessa strategia dell’amministrazione Biden.
Parole che suonano come un avvertimento politico: il rapporto transatlantico, nella visione di Trump, deve diventare più selettivo, più legato agli interessi e meno ai principi condivisi.
Venezuela, petrolio e nuova cooperazione
Ampio spazio è stato dedicato al Venezuela, presentato come esempio di realismo economico. Trump ha parlato di un accordo per 50 milioni di barili di petrolio, da dividere con Caracas.
“Era un grande Paese, ha avuto problemi, ma ora andrà in modo fantastico”, ha detto, prevedendo per il Venezuela guadagni record nei prossimi mesi.
Il messaggio è duplice: da un lato, il rilancio del petrolio come pilastro della sicurezza energetica americana; dall’altro, la volontà di usare le risorse energetiche come leva geopolitica in America Latina.
La Groenlandia al centro del discorso
Il momento più delicato dell’intervento è arrivato – come prevedibile – quando Trump ha affrontato il tema della Groenlandia.
“Non è questione di terre rare, ma di sicurezza strategica. Solo gli Stati Uniti possono difendere quel territorio”.
“La restituzione della Groenlandia è stata un errore. Oggi è una terra al centro di tre grandi potenze – Stati Uniti, Russia e Cina – ed è diventata un tassello fondamentale nello scacchiere artico”.
Poi la “marcia indietro”… a metà.
“Non voglio usare la forza, non lo userò la forza. Tutto quello che vogliamo è un posto chiamato Groenlandia. Abbiamo pagato al 100% per la Nato, ma tutto quello che vogliamo è la Groenlandia. Ci serve la proprietà per costruire le difese, il titolo di proprietà, anche per ragioni psicologiche. Chi difende un posto di cui hai solo la licenza?”.
“Tutto quello che vogliamo è un pezzo di ghiaccio. Dopo tutto quello che abbiamo dato all‘Europa per molti decenni. Noi ci saremo per loro, non so se loro ci saranno per noi. Avete la scelta: potete dire di si, e lo apprezzeremo. Potete dire di no, e ce lo ricorderemo”.
Subito dopo, però, ha aggiunto frasi ambigue sulla potenza militare americana, alimentando l’incertezza sulle reali intenzioni di Washington.
NATO, Ucraina e il conto agli alleati
Come in molti altri discorsi, Trump è tornato a parlare della NATO, dicendo di aver ereditato un disastro su Russia e Ucraina e sostenendo che la guerra non sarebbe mai scoppiata se lui fosse stato presidente.
Ha accusato gli europei di non aver pagato abbastanza per la difesa comune e rivendicato il peso finanziario sostenuto dagli Stati Uniti. Rivolgendosi al segretario generale Mark Rutte, ha ribadito che l’America continuerà a garantire sicurezza, ma chiede maggiore riconoscenza e contropartite politiche.
Canada e “Golden Dome”
In chiusura, Trump ha dedicato un accenno anche al Canada e alla costruzione di un sistema di difesa chiamato “Golden Dome” in Groenlandia, che dovrebbe proteggere anche il territorio canadese. È un altro segnale della sua visione: rafforzare il controllo militare del Nord Atlantico e dell’Artico come nuova frontiera strategica.
Un discorso che segna una linea
L’intervento di Trump a Davos non è stato soltanto una passerella politica. È stato un messaggio chiaro agli alleati e ai rivali: sicurezza, energia e territori tornano al centro della politica estera americana.
Tra attacchi all’Europa, apertura al Venezuela e rilancio sulla Groenlandia, il presidente ha disegnato una linea che promette di ridefinire i rapporti transatlantici nei prossimi mesi.
Per l’Europa, il messaggio è esplicito: il rapporto con Washington entra in una fase più dura, più transazionale e meno prevedibile.