“O la va o la spacca”. Questa volta il pragmatismo spocchioso e discutibile del presidente Usa Donald Trump descrive bene la situazione che vede il mondo con il fiato sospeso (in copertina Ghalibaf e Vance).
A Islamabad in Pakistan è infatti tutto pronto per un confronto che potrebbe segnare uno spartiacque negli equilibri globali.
Il ruolo del Pakistan
Nella capitale pakistana sono arrivate le delegazioni di Stati Uniti e Iran per colloqui definiti senza mezzi termini “decisivi”: o si trova un accordo, o lo scenario rischia di precipitare.
In questo contesto, il Pakistan emerge come attore diplomatico cruciale.
Forte dei suoi rapporti sia con Teheran sia con le monarchie del Golfo, Islamabad tenta di evitare un conflitto regionale che avrebbe conseguenze devastanti, soprattutto sul piano energetico e della sicurezza.
Anche se in molti sono sicuri che, in caso di esito positivo del vertice, il Pakistan “presenterà il conto” e chiederà “qualcosa” in cambio.
Le trattative per la pace, tra interrogativi e speranze
Ad accogliere la delegazione americana, guidata dal vicepresidente J. D. Vance e accompagnata dall’inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff e dal consigliere Jared Kushner, sono stati i vertici istituzionali e militari pakistani: il ministro degli Esteri Ishaq Dar, il capo di stato maggiore Syed Asim Munir e il ministro dell’Interno Mohsin Raza Naqvi.

L’aereo della delegazione è atterrato alla base aerea di Nur Khan, a Rawalpindi, segnando l’avvio ufficiale della fase negoziale.
Anche Teheran ha schierato una rappresentanza di altissimo livello: a guidarla è il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, affiancato dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Una delegazione ampia, circa settanta persone, tra funzionari, esperti e personale di supporto, a dimostrazione della posta in gioco.
Oltre il protocollo, pressioni e ultimatum, il punto degli Usa
Come detto, alla vigilia dei colloqui, il presidente americano Donald Trump ha ostentato ottimismo, ma accompagnandolo appunto a dichiarazioni che suonano come un ultimatum.

Due i punti non negoziabili per Washington:
- la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz
- il definitivo stop alle ambizioni nucleari iraniane.
Le parole della Casa Bianca restano dure: Trump ha ribadito che non esiste un “piano B” e ha avvertito che le capacità militari iraniane sarebbero già state compromesse.
Ancora più esplicito Vance, che ha invitato Teheran a non “giocare” con gli Stati Uniti, lasciando intendere che il fallimento dei negoziati porterebbe a una nuova escalation.
Le condizioni di Teheran
Sul fronte opposto, l’Iran non arretra.
Ghalibaf ha fissato condizioni preliminari chiare:
- cessate il fuoco in Libano
- rilascio degli asset iraniani congelati all’estero prima ancora dell’avvio sostanziale dei negoziati.
Richieste che riflettono una linea negoziale rigida, volta a ottenere garanzie concrete e a ribaltare la pressione americana.
Secondo emissari vicini alla Guida Suprema, i colloqui potrebbero protrarsi per due o tre giorni, ma molto dipenderà dalla capacità delle parti di trovare un terreno minimo comune.
Il nodo che spariglia la trattativa, la crisi tra Israele e Libano
A complicare il quadro è la crisi parallela tra Israele e Libano.
Il premier Benjamin Netanyahu ha aperto a negoziati con Beirut, ma ha escluso qualsiasi tregua con Hezbollah.

Le operazioni militari nel sud del Libano proseguono, e lo stato maggiore israeliano ha confermato che non esiste alcun cessate il fuoco in atto.
Gli Stati Uniti spingono per una de-escalation, nella consapevolezza che il fronte libanese rischia di far deragliare anche il negoziato con Teheran.
Secondo indiscrezioni, un primo incontro tra Israele e Libano potrebbe tenersi già nei prossimi giorni, mentre si lavora a un possibile cessate il fuoco come gesto di buona volontà.
Un equilibrio fragile, gli occhi del mondo
Dunque, dopo settimane di attacchi e tensioni, è in vigore una fragile tregua di due settimane.
Ma il clima resta incandescente: da un lato le minacce americane di riprendere le operazioni militari con maggiore intensità, dall’altro le richieste iraniane di riconoscimento e compensazioni.
Il mondo osserva con apprensione. Dal destino di questi colloqui dipendono non solo i rapporti tra Stati Uniti e Iran, ma anche la stabilità dell’intero Medio Oriente e la sicurezza delle rotte energetiche globali.
Se il negoziato fallisse, lo spettro di un conflitto più ampio tornerebbe immediatamente concreto.