Da venerdì 18 a domenica 20 settembre 2026 in Russia sono giorni di elezioni. I seggi sono aperti per rinnovare la Duma, cioè il parlamento, il primo voto di questo tipo dal 2022, cioè dall’anno di inizio dell’invasione in Ucraina.
Esito dato per scontato
In attesa di conoscere i risultati delle elezioni, l’esito parrebbe scontato. Sulle schede elettorali, infatti, si trovano solo candidati approvati dal regime di Putin e partiti che rappresentano un’opposizione di facciata.
I seggi totali da occupare sono 450, coi parlamentari che restano in carica cinque anni. Nell’ultimo mandato i deputati di “Russia Unita” (partito di Putin) erano 321, mentre il resto era occupato da un’opposizione disomogenea, cioè partiti molto diversi l’uno dall’altro, ma che sulle questioni importanti hanno sempre votato in linea con le decisioni governative.
Tutti coloro che provano realmente a mettersi di traverso al controllo di Putin sono esclusi dalle liste, venendo incarcerati o costretti alla fuga all’estero. Anche l’unico partito contrario alla guerra in Ucraina, cioè Yabloko, è stato escluso dalle elezioni (per motivi pretestuosi legati a una presunta violazione di copyright).
Sostegno a Putin ai minimi
“Russia Unita” si appresta così a vincere e confermare la sua influenza, anche se i pochi sondaggi disponibili testimoniano che il malcontento verso il conflitto è crescente e che il sostegno al partito di Putin è ai minimi.
A incidere su questo sono stati gli attacchi dei droni ucraini, che se da un lato hanno colpito anche la Capitale Mosca, dall’altra si sono focalizzati su strutture energetiche russe. Conseguenza di ciò sono code ai distributori, prezzi in salita e carenza di merci e carburanti. Fino a poco tempo fa, il Cremlino ha provato a negare questa situazione, ma ora è passato a definirli “sacrifici necessari” legati alla guerra.
Le elezioni si svolgeranno anche in Crimea (annessa nel 2014) e nelle province ucraine autonome di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, che sono occupate militarmente e annesse dal 2022.