La crisi tra Stati Uniti e Iran torna a infiammare il Medio Oriente e questa volta il fronte principale è quello energetico. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre 2026 le forze americane hanno annunciato di aver colpito e distrutto cinque petroliere iraniane, dopo una serie di attacchi attribuiti a Teheran contro navi militari statunitensi nel Golfo. La risposta iraniana non si è fatta attendere: le Guardie Rivoluzionarie islamiche hanno dichiarato di aver lanciato missili contro una base utilizzata dagli Usa in Giordania e di aver attaccato diverse imbarcazioni nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale.
CENTCOM forces destroyed five Iranian crude oil carriers, Sept. 8, after the Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) targeted a U.S. Navy warship with ballistic missiles twice over the past two days. The U.S. warship successfully evaded the attempted Iranian attacks and… pic.twitter.com/Gi8a2tloN1
— U.S. Central Command (@CENTCOM) September 8, 2026
Una nuova fase di tensione che riporta al centro dello scenario internazionale una domanda cruciale: quanto è vicino il rischio di un blocco delle rotte energetiche del Golfo?
Il raid americano contro le petroliere iraniane
Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), l’operazione contro le petroliere iraniane è stata una risposta ai tentativi dell’Iran di colpire navi militari americane con missili. Gli Usa hanno spiegato che gli equipaggi delle imbarcazioni sarebbero stati avvertiti prima degli attacchi e messi in condizione di abbandonare le navi.
Le petroliere coinvolte si trovavano nel Golfo dell’Oman e nelle vicinanze dell’isola iraniana di Kharg, uno dei principali terminali petroliferi dell’Iran. L’area è strategica perché rappresenta uno dei punti di passaggio obbligati per l’esportazione del greggio mediorientale.
Da Washington il messaggio politico è stato netto. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che ogni nuovo tentativo iraniano di colpire navi statunitensi comporterà ulteriori perdite per il settore petrolifero di Teheran.
La risposta di Teheran: missili e nuove minacce su Hormuz
L’Iran ha definito gli attacchi americani un’aggressione e ha reagito con una nuova offensiva. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato il lancio di missili contro una base americana nei pressi di Al Azraq, in Giordania. Secondo le autorità giordane, gran parte dei missili sarebbe stata intercettata dai sistemi di difesa e non ci sarebbero state vittime.
Contemporaneamente Teheran ha annunciato azioni contro alcune navi nel Golfo, sostenendo di aver colpito due imbarcazioni statunitensi, otto petroliere e altre unità navali considerate in un’area “proibita e pericolosa”.
La zona più delicata resta lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo tra Iran e Oman attraverso cui, prima dell’attuale crisi, passavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, quasi un quinto dei consumi mondiali.
Perché lo Stretto di Hormuz preoccupa i mercati
Il timore degli operatori internazionali non riguarda soltanto gli attacchi militari, ma soprattutto l’incertezza sui flussi di petrolio.
Negli ultimi mesi la situazione nello Stretto è diventata difficile da monitorare: molte petroliere hanno spento i sistemi di localizzazione per evitare controlli o intercettazioni, rendendo più complicato stabilire quanti carichi riescano realmente a transitare.
Questa mancanza di informazioni ha avuto un effetto immediato sui mercati. Il prezzo del greggio Brent è salito vicino ai 100 dollari al barile, spinto dal timore che un’ulteriore escalation possa ridurre le esportazioni dal Golfo.
Una crisi che coinvolge tutta la regione
E’ evidente che lo scontro tra Iran e Stati Uniti è sempre meno confinato alle due potenze. Negli ultimi giorni sono entrati nel quadro anche gli alleati regionali di Teheran.
I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato attacchi contro diverse città dell’Arabia Saudita, causando decine di feriti e colpendo anche infrastrutture energetiche.
Parallelamente, la tensione è cresciuta anche sul fronte tecnologico e navale: Teheran ha annunciato di aver catturato un drone sottomarino statunitense nello Stretto di Hormuz, mentre il Pentagono ha parlato di un mezzo perso a causa di un malfunzionamento, ridimensionandone il valore strategico.
Il petrolio, ancora una volta, diventa il termometro della tensione: ogni nave colpita nel Golfo non rappresenta soltanto un danno militare, ma un possibile scossone per l’economia mondiale.