L’Italia punta ad ampliare a livello europeo il modello dei centri per migranti realizzati in Albania, proponendo la creazione di nuovi hub per il rimpatrio nei Paesi terzi considerati sicuri.
La proposta – anticipata dal Corriere della Sera, Repubblica e Stampa, confermata da fonti di governo – sarà presentata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea, convocato dopo l’emergenza migratoria scoppiata a Ceuta (enclave spagnola in territorio marocchino).
Tra i possibili Paesi ospitanti figurano Uganda e Montenegro, ma resta aperta la questione delle risorse necessarie per finanziare il progetto.
La proposta italiana
L’obiettivo del Governo è creare una rete di centri esterni all’Unione europea destinati alla gestione e al rimpatrio dei migranti irregolari.
L’idea era stata avanzata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni già alla fine di giugno, dopo l’approvazione del nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Ora Roma intende formalizzare il piano e sottoporlo agli altri Stati membri.
I nuovi hub dovrebbero essere realizzati in Paesi terzi sicuri e finanziati attraverso fondi comunitari.
I Paesi coinvolti
Una prima lista comprende diversi Stati africani e alcuni Paesi situati al di fuori delle tradizionali rotte migratorie.
Tra i possibili candidati ci sono Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Etiopia, Uzbekistan, Armenia e Montenegro.
L’Uganda è tra le ipotesi considerate più concrete. Germania, Austria e Paesi Bassi avrebbero già manifestato interesse per possibili progetti nel Paese africano.
Anche il Montenegro potrebbe entrare nella strategia europea, ma le valutazioni sono ancora preliminari.
Uno dei principali aspetti da definire riguarda la copertura economica del piano.
Il programma Gsp+
Roma chiederà anche un’applicazione più rigorosa del programma “Gsp+”, approvato nel corso dell’anno e destinato a entrare in vigore dal 1° gennaio 2027.
Il sistema collega i vantaggi commerciali e le agevolazioni sui dazi riconosciuti ai Paesi in via di sviluppo alla loro collaborazione nella riammissione dei cittadini che soggiornano illegalmente in Europa.
L’obiettivo è rafforzare gli strumenti disponibili per favorire i rimpatri e aumentare la cooperazione con i Paesi di origine.
Il futuro di Gjader
Parallelamente, il Governo punta a rendere pienamente operativo entro la fine dell’anno il centro italiano di Gjader, in Albania.
Il ministro Piantedosi ha spiegato che l’obiettivo è “riutilizzarlo nella piena espansione della sua funzionalità entro la fine dell’anno, ma anche prima se si risolvono i problemi e le vicende giudiziarie”.
La struttura è destinata a tornare alla sua funzione originaria o a essere utilizzata secondo quanto previsto dai nuovi regolamenti europei, una volta completati i necessari passaggi giudiziari.
Il piano iniziale prevedeva un utilizzo molto più ampio dei centri albanesi, con una capacità stimata fino a 3mila persone al mese e un possibile totale di 36mila migranti all’anno.
L’obiettivo era applicare procedure accelerate di frontiera per l’esame delle domande di asilo. Da aprile dello scorso anno, però, il sito opera esclusivamente come Centro di permanenza per il rimpatrio. Da allora sono transitate alcune centinaia di persone e il numero dei rimpatri è rimasto limitato.
Nel complesso di Gjader sono presenti tre strutture con funzioni diverse. Il centro più grande, destinato ai richiedenti asilo, dispone di 880 posti. È presente anche un Cpr con una capacità di 144 persone e un penitenziario da 20 posti.
Nel porto di Schengjin è stato invece realizzato un hotspot destinato ad accogliere i migranti intercettati nel Mediterraneo centrale e trasferiti a bordo di una nave militare italiana.
I trattenimenti disposti nella struttura, tuttavia, non sono stati convalidati dai giudici, contribuendo a rallentare l’attuazione del progetto.