L'ALTRA GUERRA

Libano: Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Canada chiedono a Israele di fermarsi

"Un'offensiva su larga scala avrebbe conseguenze umanitarie devastanti"

Libano: Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Canada chiedono a Israele di fermarsi

La tensione in Medio Oriente continua a salire e i Paesi occidentali provano a frenare la situazione. L’obiettivo dichiarato è evitare un ulteriore deterioramento della crisi e riportare il confronto su un terreno politico, prima che sia troppo tardi.

Libano, pressione internazionale su Israele

I leader di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta per esprimere la loro forte inquietudine per quanto sta accadendo in Libano. Il messaggio rivolto a Israele è chiaro: abbassate i toni.

I cinque Paesi mettono in guardia da una possibile offensiva terrestre israeliana, un’operazione di questo tipo rischierebbe di trascinare la regione in una guerra ancora più lunga.

“Siamo profondamente preoccupati per l’escalation e chiediamo un impegno concreto per arrivare a una soluzione politica duratura. Un’offensiva israeliana su larga scala avrebbe conseguenze umanitarie devastanti“”, si legge nel documento.

Stati Uniti e Giappone non firmano

La presa di posizione non è passata inosservata, soprattutto perché arriva da membri chiave del G7. A colpire è l’assenza degli Stati Uniti e del Giappone, che hanno scelto di non aderire alla dichiarazione.

Washington, in particolare, considera il documento troppo critico nei confronti di Israele, alleato strategico nella regione. Una divergenza che evidenzia le crepe con Trump.

Nonostante questo, le capitali europee – Roma, Parigi, Berlino e Londra – hanno deciso di andare avanti comunque, affiancate dal Canada. Un segnale politico forte che punta a ribadire una linea più prudente rispetto all’escalation militare, un segnale di ostilità nei confronti della politica guerrafondaia del presidente Usa.

La posizione dell’Italia e le scelte di Meloni

In questo scenario si inserisce anche la linea del governo guidato da Giorgia Meloni, che nelle ultime ore ha ribadito la contrarietà a un coinvolgimento diretto in nuove operazioni militari.

La premier ha chiarito che un eventuale invio di navi nello Stretto di Hormuz rappresenterebbe “un passo in avanti nel coinvolgimento”, lasciando intendere la volontà di mantenere un profilo prudente.  Una posizione condivisa anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e sostenuta all’interno della maggioranza.

“Lavoriamo perché si torni alla diplomazia”, ha spiegato Meloni in un’intervista su Rete 4, sottolineando come l’Italia resti impegnata nelle missioni internazionali già in corso, ma senza entrare in nuovi fronti di guerra.

Meloni durante l’intervista

Il nodo Hormuz e le missioni internazionali

Il tema dello Stretto di Hormuz resta uno dei più delicati. Gli Stati Uniti spingono per una maggiore presenza militare degli alleati a protezione delle rotte energetiche, ma l’Italia – come altri partner europei – gli risponde picche.

Piuttosto, il governo valuta il rafforzamento di missioni già esistenti, come Aspides nel Mar Rosso, pensata per garantire la sicurezza della navigazione dagli attacchi degli Houthi.

Nel frattempo, resta alta l’attenzione sulle basi italiane all’estero, considerate prioritarie in termini di sicurezza, soprattutto dopo alcuni episodi recenti che hanno coinvolto installazioni militari nella regione.

L’obiettivo: evitare un’escalation incontrollata

La linea condivisa da diversi Paesi europei è quella di contenere il conflitto prima che si allarghi ulteriormente. Il rischio, sottolineano i leader occidentali, è quello di una guerra regionale con conseguenze imprevedibili.

Da qui l’insistenza su una soluzione negoziale: “Serve uno sforzo concreto per fermare la spirale di violenza”, ribadiscono i firmatari della nota.

Un messaggio rivolto sia a Israele sia al Libano, con l’auspicio che la diplomazia riesca a riaprire uno spazio di dialogo.