CONSEGUENZE

La base MAGA contesta Trump dopo il viaggio in Oriente: “China First, America Last”

Tra le voci più critiche c’è quella di Steve Bannon, storico ideologo della prima stagione trumpiana e teorico della linea dura contro la Cina

La base MAGA contesta Trump dopo il viaggio in Oriente: “China First, America Last”

Trump, Xi e il malumore del fronte Maga, il viaggio in Cina che agita la destra americana

La recente visita di Donald Trump questa settimana in Cina sta producendo effetti politici ben oltre il terreno diplomatico.

L’incontro del disgelo che irrita i conservatori Usa

Le immagini del presidente americano accolto con tutti gli onori da Xi Jinping (ma soprattutto il report entusiasta del numero uno della Casa Bianca riguardo il suo incontro con il leader cinese) hanno infatti acceso un dibattito profondo dentro il mondo conservatore statunitense, soprattutto tra i settori più nazionalisti e identitari del movimento Maga, ovvero “Make America Great Again”, il movimento politico incentrato sul nazionalismo americano, sul patriottismo economico e su politiche conservatrici.

Il viaggio, pensato per rafforzare il dialogo tra Washington e Pechino su commercio, tecnologia e crisi internazionali, ha però evidenziato una contraddizione che molti sostenitori trumpiani non sembrano disposti a ignorare.

Il leader che per anni aveva indicato la Cina come il principale avversario economico degli Stati Uniti oggi tratta direttamente con Pechino accompagnato dai grandi nomi della finanza e della Silicon Valley.

La rabbia di Bannon: “America First” messo in discussione

Tra le voci più critiche c’è quella di Steve Bannon, storico ideologo della prima stagione trumpiana e teorico della linea dura contro la Cina.

Steve Bannon, ex fedelissimo di Donald Trump

Nel suo programma “War Room”, Bannon ha attaccato apertamente la delegazione economica presente al seguito del presidente, accusando parte delle élite imprenditoriali americane di aver privilegiato per anni gli interessi cinesi rispetto a quelli dei lavoratori statunitensi.

La critica nasce da un nodo politico preciso: Trump era stato eletto anche grazie al consenso delle aree industriali impoverite dalla delocalizzazione produttiva e dalla perdita di posti di lavoro manifatturieri.

La promessa centrale della stagione Maga era riportare fabbriche, occupazione e filiere strategiche negli Stati Uniti.

Per questo, vedere il presidente americano dialogare con Pechino insieme ai grandi protagonisti della tecnologia e della finanza globale viene interpretato da una parte della base conservatrice come un cambio di rotta rispetto alla retorica originaria dell’“America First”.

Xi tende la mano ma avverte sul dossier Taiwan

Durante gli incontri ufficiali, il clima tra i due leader è apparso molto più disteso rispetto agli anni della guerra commerciale.

Xi Jinping ha persino richiamato pubblicamente lo slogan “Make America Great Again”, sostenendo che il rilancio della Cina e quello degli Stati Uniti possano procedere parallelamente.

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Donald Trump e Xi Jimping

Dietro i toni concilianti, tuttavia, restano i nodi strategici.

Pechino continua infatti a considerare Taiwan una linea rossa non negoziabile e avrebbe ribadito a Washington la necessità di evitare mosse considerate ostili o provocatorie nell’area indo-pacifica.

Trump, dal canto suo, punta a ottenere collaborazione cinese su alcuni dossier internazionali, compreso il tema iraniano.

Ma nella stessa amministrazione americana cresce il dibattito su quanto Washington sia realmente disposta a concedere in cambio di una cooperazione più ampia con la Cina.

Il viaggio che divide il popolo trumpiano

A colpire osservatori e commentatori americani, come detto, è stata soprattutto la composizione della delegazione salita a bordo dell’Air Force One.

La delegazione Usa che ha accompagnato Trump in Cina

Accanto a Trump erano presenti figure simbolo del capitalismo globale e dell’innovazione tecnologica, da Elon Musk (è tornata la pace con The Donald?) a Tim Cook, insieme ai vertici di grandi colossi finanziari e industriali statunitensi.

Un’immagine che rischia di entrare in contrasto con la narrazione anti-establishment costruita dal trumpismo negli ultimi anni.

Elon Musk durante un momento della cena di gala per l’incontro tra Xi Jimping e Trump

Per una parte dell’elettorato repubblicano, infatti, proprio quelle multinazionali sono state tra le principali beneficiarie della globalizzazione e delle produzioni spostate in Asia.

Negli Stati Uniti cresce quindi una domanda politica che inizia a circolare anche nell’area conservatrice: Trump sta davvero combattendo il sistema globale oppure ne sta semplicemente ridisegnando gli equilibri insieme ai grandi gruppi economici?

Con i forti Trump evita lo scontro frontale

L’intera vicenda ha inoltre rilanciato una critica che da tempo accompagna il presidente americano: quella di mostrarsi molto duro con alleati e partner occidentali, salvo poi adottare toni più prudenti nei confronti delle grandi potenze rivali.

Secondo i suoi detrattori, Trump tende a utilizzare una retorica aggressiva soprattutto con interlocutori considerati politicamente o economicamente più deboli, mentre con leader forti come Xi Jinping o Vladimir Putin preferisce spesso il dialogo diretto e il pragmatismo negoziale.

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Donald Trump e Vladimir Putin

Una linea che i suoi sostenitori leggono come realismo politico, ma che gli avversari interpretano come il segno di un approccio meno muscolare di quanto raccontato nelle campagne elettorali.

Calenda: “Usa e Cina trattano da imperi, l’Europa rischia l’irrilevanza”

Sul viaggio di Trump è intervenuto anche Carlo Calenda, che ha proposto una lettura fortemente geopolitica dell’incontro tra Washington e Pechino.

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Carlo Calenda, leader di Azione

Secondo il leader di Azione, la presenza accanto a Trump di figure come Musk, Cook e dei vertici della grande finanza internazionale dimostra come la competizione globale si stia trasformando sempre più in una partita tra potenze economiche integrate con i grandi gruppi industriali e tecnologici.

Calenda sostiene che Stati Uniti e Cina si stiano ormai confrontando come veri e propri imperi economici, capaci di usare contemporaneamente forza politica, tecnologia, finanza e industria strategica.

In questo scenario, avverte l’ex ministro, il vero rischio riguarda l’Europa: senza una maggiore integrazione politica, industriale e militare, il continente potrebbe restare schiacciato tra le due superpotenze, limitandosi a subire decisioni prese altrove.

Una riflessione che riporta al centro il tema dell’autonomia strategica europea e della capacità dell’Unione di competere in un mondo sempre più dominato dai grandi blocchi geopolitici.