guerra nel golfo

Iran-Usa, Trump: “Solo buffetti, il cessate il fuoco regge”

Ma Teheran ignora le continue minacce americane e prende tempo

Iran-Usa, Trump: “Solo buffetti, il cessate il fuoco regge”

Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran non è crollato, almeno non ufficialmente. Ma dopo una notte, quella del 7 maggio 2026, di missili, droni, piccole imbarcazioni d’attacco e raid americani lungo la costa iraniana, la parola tregua appare sempre più fragile. Donald Trump continua a sostenere che il cessate il fuoco sia ancora in piedi.

“Se non ci fosse, ve ne accorgereste”, ha detto ai giornalisti, trasformando l’ultimo scambio di colpi nello Stretto di Hormuz in un episodio quasi secondario.

In un’intervista ad ABC News, il presidente americano ha definito la risposta militare Usa “un buffetto“, “una carezza energica”, precisando che la tregua “è in vigore”.

Due versioni opposte

La realtà operativa, però, racconta un quadro molto più teso. Secondo il Comando centrale americano, il Centcom, tre cacciatorpediniere della Marina statunitense, USS Truxtun, USS Rafael Peralta e USS Mason, sono stati attaccati da forze iraniane mentre attraversavano lo Stretto di Hormuz diretti verso il Golfo di Oman.

L’attacco, secondo Washington, avrebbe incluso missili, droni e piccole imbarcazioni. Nessuna unità americana sarebbe stata colpita. Le forze Usa avrebbero intercettato le minacce in arrivo e poi condotto raid contro postazioni di lancio, centri di comando e controllo e nodi di sorveglianza iraniani.

La versione di Teheran è opposta. L’Iran sostiene che siano stati gli Stati Uniti a rompere per primi il cessate il fuoco, prendendo di mira una petroliera iraniana, un’altra nave civile in ingresso nello Stretto e aree costiere considerate da Teheran non militari. Secondo la ricostruzione iraniana, i raid americani avrebbero interessato Bandar Khamir, Sirik e l’isola di Qeshm.

Washington, invece, parla di autodifesa contro strutture militari responsabili di attacchi “non provocati”. Le due narrazioni non coincidono quasi in nulla: per gli Usa l’Iran ha tentato di colpire navi militari in transito in acque internazionali; per l’Iran gli Usa hanno usato la tregua come copertura per mantenere pressione militare e navale sullo Stretto.

Lo scontro ha riguardato uno dei passaggi marittimi più sensibili al mondo. Lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia energetico globale: prima della crisi, vi transitava circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Proprio per questo, anche un confronto limitato tra Stati Uniti e Iran produce effetti immediati sui mercati e sulle cancellerie. Dopo le notizie degli attacchi, il Brent è salito intorno ai 101 dollari al barile, segnale che il mercato non considera gli scontri un semplice incidente tattico.

La strategia di Trump: minimizzare e minacciare

Il tycoon ha scelto la linea della minimizzazione muscolare. Da un lato insiste sul fatto che la tregua non sia finita; dall’altro avverte Teheran che, senza un accordo, la risposta americana potrebbe diventare “molto più violenta”. Davanti ai giornalisti, nei pressi della Reflecting Pool a Washington, nelle scorse ore, ha detto:

“Oggi ci hanno preso in giro. Li abbiamo spazzati via”. Poi ha aggiunto che un accordo con l’Iran “potrebbe non concretizzarsi, ma potrebbe accadere da un giorno all’altro”.

È una comunicazione costruita su due registri: rassicurare i mercati e gli alleati sul fatto che la guerra non sia ripartita formalmente, ma allo stesso tempo mostrare a Teheran che gli Stati Uniti sono pronti a colpire ancora.

Teheran prende tempo

Il punto politico è proprio questo: per Washington il cessate il fuoco resta utile solo se diventa il ponte verso un accordo più stabile. Per Teheran, invece, la tregua può essere anche uno strumento per guadagnare tempo, testare i limiti americani e negoziare da una posizione meno debole. Funzionari iraniani avrebbero respinto concessioni negli ultimi giorni, mentre alcuni settori del potere a Teheran sarebbero favorevoli ad allungare il negoziato, nella convinzione che la pressione politica interna sugli Stati Uniti possa aumentare nei prossimi mesi.

Nelle ore precedenti agli scontri, funzionari pakistani avevano lasciato intendere che un’intesa provvisoria potesse arrivare già nel fine settimana. Il Pakistan sta agendo da canale di mediazione e da settimane alimenta aspettative su un possibile accordo temporaneo. Finora, però, i progressi concreti sono rimasti limitati. Il dossier più immediato riguarda la riapertura dello Stretto e la sicurezza della navigazione commerciale; quello più profondo, e molto più difficile, resta il programma nucleare iraniano, che non sembra ancora affrontato in modo risolutivo dalla proposta americana sul tavolo.

Il cessate il fuoco, dunque, regge più come formula diplomatica che come vera sospensione delle ostilità. Gli Stati Uniti non vogliono dichiarare fallita la tregua perché ciò li costringerebbe a scegliere tra una nuova escalation e un arretramento politico. L’Iran non sembra voler chiudere la porta al negoziato, ma ignora le minacce americane quanto basta per non apparire piegato.