occhi sul mar rosso

Iran, sesta notte di raid USA: Teheran colpisce le basi nel Golfo, Hormuz quasi paralizzato

Washington allarga gli attacchi a ponti, porti e reti logistiche; l’Iran risponde contro Qatar, Kuwait, Bahrein e per la prima volta direttamente in Siria

Iran, sesta notte di raid USA: Teheran colpisce le basi nel Golfo, Hormuz quasi paralizzato

Gli Stati Uniti hanno completato nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 luglio 2026 la sesta ondata consecutiva di bombardamenti sull’Iran. Teheran ha risposto attaccando installazioni americane e Paesi alleati nel Golfo, mentre il traffico nello Stretto di Hormuz continua a ridursi e cresce il rischio che il conflitto si estenda anche al Mar Rosso.

Washington non sta più colpendo soltanto radar, batterie antiaeree e postazioni missilistiche. Gli ultimi raid hanno interessato ponti, collegamenti ferroviari, aeroporti e infrastrutture portuali, con l’obiettivo di indebolire la capacità iraniana di rifornire le proprie basi e controllare la costa meridionale.

Raid su Bandar Abbas e Chabahar

Il Comando centrale americano, il Centcom, ha annunciato di aver colpito decine di obiettivi sull’isola di Qeshm e nell’area di Bandar Abbas, principale porto commerciale iraniano e sede di importanti installazioni navali e delle Guardie rivoluzionarie.

Gli attacchi hanno distrutto sistemi di sorveglianza costiera, difese aeree e strutture logistiche. Sono stati colpiti anche diversi ponti nella provincia di Hormozgan e una torre del porto di Chabahar, sul Golfo dell’Oman, snodo strategico per i commerci iraniani con India e Asia centrale.

L’ampliamento dei bersagli mostra un cambio di passo: gli Stati Uniti cercano ora di interrompere non soltanto le capacità militari iraniane, ma anche le reti che collegano porti, basi e infrastrutture interne.

Infrastruttura colpita a Hormozgan
Infrastruttura colpita a Hormozgan

Il ministero della Salute di Teheran sostiene che la nuova campagna americana abbia provocato almeno 38 morti e più di 400 feriti. Sette persone sarebbero state uccise negli attacchi contro i ponti di Bandar Khamir. Le cifre diffuse dalle autorità iraniane non possono essere verificate in modo indipendente.

La risposta iraniana attraversa la regione

L’Iran ha reagito con missili e droni contro obiettivi americani e alleati in Qatar, Bahrein, Kuwait, Giordania, Iraq e Siria.

Le Guardie rivoluzionarie hanno rivendicato per la prima volta un attacco diretto contro il centro operativo statunitense di al-Tanf, nella Siria meridionale. Teheran sostiene di aver distrutto radar ed elicotteri, ma gli Stati Uniti non hanno confermato danni o vittime.

In Qatar le difese aeree hanno intercettato missili iraniani diretti verso installazioni militari. Un bambino è rimasto ferito dalla caduta di frammenti a Doha. Intercettazioni sono state segnalate anche in Giordania e nel Kurdistan iracheno.

La scelta di colpire Paesi che ospitano basi statunitensi aumenta il rischio di trascinare direttamente nel conflitto le monarchie del Golfo, molte delle quali cercano contemporaneamente di mantenere rapporti con Washington e canali diplomatici con Teheran.

Hormuz, il centro della guerra

Il vero obiettivo strategico resta lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita normalmente circa un quinto del petrolio commercializzato nel mondo.

L’Iran pretende di regolare le rotte navali più vicine alle proprie coste e rivendica il diritto di imporre condizioni al passaggio. Gli Stati Uniti sostengono invece che lo Stretto debba restare aperto alla libera navigazione internazionale e hanno ripristinato il blocco dei porti iraniani.

Nelle ultime ore una petroliera è stata colpita mentre navigava lungo una rotta vicina all’Oman. L’imbarcazione ha riportato danni limitati e non risultano feriti tra i membri dell’equipaggio. L’Iran non ha rivendicato l’attacco.

Il traffico marittimo è ormai fortemente ridotto e numerose compagnie evitano l’area. Anche senza una chiusura formale, il rischio di attacchi, sequestri e blocchi sta producendo una paralisi di fatto.

Il pedaggio del 20% ritirato da Trump

Nei giorni scorsi Donald Trump aveva proposto di applicare una tariffa del 20% sui carichi commerciali in cambio della protezione americana durante il passaggio nello Stretto.

Il presidente ha però ritirato rapidamente il progetto, sostituendolo con la richiesta di investimenti e accordi commerciali da parte dei Paesi del Golfo. Il pedaggio del 20% non è quindi, al momento, una misura operativa di Washington.

Resta invece il blocco navale contro i porti iraniani. Il 15 luglio le forze statunitensi hanno colpito e immobilizzato una petroliera accusata di dirigersi verso l’isola di Kharg, terminal dal quale passa la maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane.

Petrolio in rialzo, ora si teme il Mar Rosso

L’escalation ha già avuto effetti sui mercati. Il Brent è salito intorno agli 84 dollari al barile e il Wti americano vicino ai 79, con un aumento di quasi il 12% nell’arco della settimana.

La preoccupazione principale è che Teheran chieda agli Houthi dello Yemen di riaprire il fronte del Mar Rosso e minacciare il passaggio nel Bab al-Mandeb, qualora Washington colpisca centrali elettriche o altre infrastrutture strategiche iraniane.

Un blocco contemporaneo di Hormuz e del Bab al-Mandeb metterebbe sotto pressione due delle principali rotte energetiche e commerciali mondiali, con effetti sui prezzi del petrolio, sui costi di trasporto e sull’inflazione.

Una tregua ormai svuotata

Gli attacchi hanno quasi cancellato l’accordo provvisorio raggiunto a giugno, che prevedeva la sospensione delle operazioni militari, la riapertura graduale dello Stretto e nuovi colloqui su nucleare, sanzioni e sicurezza regionale.

La formulazione ambigua sul controllo di Hormuz è diventata il principale punto di rottura. Teheran sostiene di avere ottenuto il diritto di organizzare i transiti; Washington accusa invece l’Iran di avere violato l’intesa attaccando navi commerciali e installazioni americane.

Qatar, Pakistan, Oman ed Egitto continuano a mantenere canali indiretti tra le parti. Anche Washington e Teheran affermano di non aver abbandonato completamente la prospettiva negoziale. Sul terreno, però, entrambe le parti cercano di arrivare a eventuali nuovi colloqui da una posizione di forza.