Le cifre sulle vittime della repressione delle proteste in Iran divergono drasticamente: da circa 2.000 morti secondo una fonte governativa iraniana, fino ad almeno 12.000 secondo il media di opposizione Iran International. Sullo sfondo, un Paese isolato da un blackout di internet che dura da oltre 108 ore, un’ondata di arresti e condanne capitali lampo che alimentano il clima di terrore.
Le stime di Iran International
Un funzionario iraniano ha dichiarato martedì a Reuters che circa 2.000 persone sono state uccise durante le proteste, includendo nel bilancio anche membri delle forze di sicurezza e attribuendo le morti all’azione di “terroristi“. Le ultime stime dell’ong statunitense Human Rights Activists News Agency parlavano invece di almeno 646 vittime, sottolineando però come il blocco della rete renda difficile ottenere dati completi e verifiche indipendenti.
Secondo l’osservatorio Netblocks, il blackout di internet imposto a livello nazionale è in corso da oltre 108 ore dall’8 gennaio. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ammesso l’interruzione della rete, affermando che i servizi saranno ripristinati “in coordinamento con le autorità di sicurezza“.

Di segno opposto le valutazioni di Iran International, media di opposizione con sede a Londra, che parla di almeno 12.000 persone uccise, molte delle quali under 30, definendo la repressione “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran“. Secondo il comitato editoriale della testata, la maggior parte delle uccisioni sarebbe avvenuta in due notti consecutive, giovedì 8 e venerdì 9 gennaio.
La stima, spiegano i giornalisti, è il risultato di un’analisi in più fasi basata su informazioni provenienti da una fonte vicina al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, due fonti nell’ufficio presidenziale, resoconti da diverse fonti interne al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche nelle città di Mashhad, Kermanshah e Isfahan, testimonianze di familiari delle vittime e testimoni oculari, rapporti sul campo, dati collegati ai centri medici e informazioni fornite da medici e infermieri in varie città. La pubblicazione, sottolinea Iran International, sarebbe stata ritardata fino alla “convergenza delle prove“.
Efran Sultani condannato a morte
Alla repressione, caratterizzata anche dall’uso di munizioni vere contro i manifestanti, si accompagna una stretta giudiziaria senza precedenti. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, citata dalla BBC, un ragazzo di 26 anni, Efran Sultani, arrestato giovedì scorso, è già stato condannato a morte. La famiglia sarebbe stata informata che l’esecuzione avverrà domani, senza aver ricevuto alcuna comunicazione sulla data del processo o sulle accuse contestate.
“Non abbiamo mai visto un caso procedere così rapidamente“, ha dichiarato alla BBC Awyar Shekhi di Hengaw. “Il governo sta usando ogni tattica a sua disposizione per reprimere le persone e diffondere la paura“.

Tra i volti simbolo della repressione c’è anche Amir Ali Haydari, 17 anni, ucciso durante una protesta a Kermanshah, nell’ovest del Paese. Il cugino Diako, che vive a Cardiff, ha raccontato a Sky News che il giovane è stato colpito al cuore e poi alla testa con il calcio di una pistola. Secondo il racconto dei familiari, il certificato di morte avrebbe falsamente attribuito il decesso a una caduta dall’alto. Nello stesso ospedale, riferisce la famiglia, sarebbero stati presenti centinaia di corpi.