A volte ritornano. E, anche in questa occasione, non mancheranno certo le polemiche.
Perché per la seconda volta nel giro di poco tempo, l’ex direttore dell’Fbi James Comey si trova sotto pressione da parte della giustizia a stelle e strisce.
Come detto, la vicenda è destinata a un clamore mediatico non di poco conto dal momento che nei confronti di Comey sarebbe stato emesso un mandato di arresto, con il rischio concreto di detenzione in carcere.

Minacce di morte al presidente, nei guai l’ex direttore Fbi
L’accusa mossa dalle autorità giudiziarie americane in effetti è particolarmente grave: aver rivolto una minaccia di morte al presidente Donald Trump.
Una dinamica di fatto attualissima dopo quanto accaduto nella notte tra sabato e domenica a Washington all’Hotel Hilton durante la cena di gala di Trump e il suo Governo con la stampa e dunque il livello di attenzione verso il numero uno della Casa Bianca è altissimo.
In realtà, in questo caso, la vicenda “nasce” da lontano. Questo nuovo sviluppo giudiziario si inserisce in un conflitto che oppone i due da quasi un decennio.
I rapporti difficili tra Comey e Trump
Fu proprio Comey a guidare l’indagine sul cosiddetto Russiagate, volta a chiarire eventuali legami tra la Russia e la campagna elettorale di Trump nel 2016.
Una volta arrivato alla Casa Bianca, Trump decise nel 2017 di rimuoverlo dall’incarico mentre l’inchiesta era ancora in corso.

Da allora, l’ex direttore dell’FBI è diventato, agli occhi di Trump, il simbolo di quella che considera una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti.
Non sorprende quindi il clima di forte ostilità che continua a caratterizzare il loro rapporto.
Il direttore Fbi contro il presidente, la “nuova” puntata
L’episodio che ha portato alla nuova incriminazione risale a circa un anno fa.
Dopo una passeggiata su una spiaggia del North Carolina, Comey pubblicò sui social la foto di alcune conchiglie disposte a formare la sequenza “86 47”.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, quel messaggio non sarebbe innocuo: nel gergo statunitense, “86” può significare eliminare, mentre “47” farebbe riferimento al quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti.
Da qui l’interpretazione dell’immagine come una minaccia rivolta a Trump.
Le prime indagini e la svolta di questi giorni
Le indagini, inizialmente avviate dal Secret Service e poi rimaste ferme per diversi mesi, hanno ripreso slancio dopo cambiamenti ai vertici del sistema giudiziario.
Trump ha sostituito Pam Bondi con Todd Blanche, suo ex legale, ritenuto più determinato nell’azione contro gli avversari politici.
E difatti Blanche ha definito il caso eccezionale, sottolineando che, indipendentemente dal profilo dell’imputato, comportamenti di questo tipo non sarebbero tollerati.
In una conferenza stampa del Dipartimento di Giustizia federale, proprio Blanche ha spiegato:

“Minacciare la vita del Presidente degli Stati Uniti è una grave violazione delle leggi della nostra nazione. Il Gran Giurì ha formulato un’accusa secondo cui James Comey ha fatto proprio questo, in un momento in cui questo Paese ha assistito a incitamento alla violenza seguita da azioni mortali contro il Presidente Trump e altri funzionari eletti. Bisogna stemperare la tensione, e chiunque la componi e minacci la vita del Presidente ne sarà ritenuto responsabile”.
La reazione di Comey, il video sui social
Comey ha risposto pubblicamente con un video, ribadendo la propria innocenza e dichiarando di non sentirsi intimidito.
🇺🇸 Former FBI Director James Comey has been indicted on two felony charges over his controversial “86 47” Instagram post.
His response:
“I’M STILL INNOCENT. I’M STILL NOT AFRAID.”
Bold words from a guy now facing serious legal heat. The “86 47” post was widely seen as a veiled… pic.twitter.com/NUBLcsWKt9
— Mario Nawfal (@MarioNawfal) April 28, 2026
Ha inoltre riaffermato la sua fiducia nell’indipendenza della magistratura federale.
La strategia difensiva punterà con ogni probabilità sulla tutela della libertà di espressione prevista dalla Costituzione americana.
Secondo i suoi legali, una semplice immagine non può essere considerata una minaccia in assenza di prove che dimostrino un’intenzione esplicita.
La difesa sostiene inoltre che l’intero procedimento abbia natura ritorsiva, legata ai trascorsi tra Comey e Trump.