Si è concluso alle 16 di mercoledì 11 febbraio 2026 il settimo incontro personale tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Un faccia a faccia durato circa tre ore, senza testimoni esterni né conferenza stampa congiunta. Il risultato è ambiguo: nessun accordo annunciato, nessuna conclusione condivisa, ma la conferma di posizioni distanti sul negoziato con l’Iran.
Trump-Netanyahu, incontro ambiguo
Il vertice è stato organizzato in forma irrituale e senza preavviso. Netanyahu ha annullato tutti gli impegni per rispondere alla convocazione americana, dopo aver tenuto in mattinata colloqui preliminari con l’inviato Steve Witkoff, con Jared Kushner e con il segretario di Stato Marco Rubio in cui il premier israeliano ha aderito al Board of Peace.
Nessuna immagine ufficiale del bilaterale, nessuna dichiarazione congiunta: solo due comunicati separati diffusi dalla Casa Bianca e dall’ufficio del premier israeliano.
Nel suo messaggio su Truth, Trump ha scritto: “Ho appena terminato un incontro con Netanyahu e con i suoi vari rappresentanti. È stato un incontro molto positivo, il meraviglioso legame tra i nostri due Paesi continua”.
Il presidente ha però precisato che non è stato raggiunto alcun accordo definitivo, a parte la sua insistenza perché i negoziati con l’Iran continuino per vedere se sarà possibile raggiungere un accordo.

Iran il nodo centrale del confronto
Netanyahu si era presentato a Washington con un obiettivo preciso: convincere Trump che il negoziato con Teheran rappresenta una trappola. Non ci è riuscito.
Secondo la posizione israeliana, l’Iran starebbe usando il dialogo per guadagnare tempo, discutendo in astratto dell’arricchimento nucleare mentre proseguirebbe il rafforzamento militare e il sostegno a gruppi armati come Hamas, Hezbollah e Houthi.
Nel comunicato diffuso dopo l’incontro, l’ufficio del primo ministro ha sottolineato che: “Il primo ministro ha evidenziato le esigenze di sicurezza dello Stato di Israele nel contesto dei negoziati e i due hanno concordato di continuare il coordinamento e lo stretto rapporto tra loro”.
Parole che esprimono una certa cautela. In sostanza, rispetto agli obiettivi prefissati da Bibi, l’incontro con il Tycoon si è tradotto in un nulla di fatto.
Nonostante l’apertura diplomatica, Washington non ha però sospeso il rafforzamento militare nella regione. È stato annunciato, infatti, l’invio di un secondo gruppo navale guidato da una portaerei verso il Medio Oriente. La linea americana resta dunque duplice: trattativa aperta, ma con la minaccia implicita di nuove azioni in caso di fallimento.
Trattative incerte e scenari aperti
Resta intanto incerto il futuro dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Si era parlato di un possibile nuovo incontro in Oman, ma finora non sono arrivate conferme ufficiali.
Le dichiarazioni pubbliche degli ayatollah lasciano pochi margini a un’accettazione delle condizioni richieste da Washington. Allo stesso tempo, non si può escludere che dietro le differenze di tono possa esserci una strategia condivisa.
Per ora, però, il dato politico è evidente: Trump vuole proseguire il negoziato, Netanyahu considera l’intesa rischiosa se non accompagnata da un disarmo pieno e verificabile.
Gaza e gli sviluppi regionali
“Abbiamo discusso degli enormi progressi compiuti a Gaza e nella regione in generale. C’è davvero pace in Medio Oriente”, aggiunge Trump dopo il vertice.
Il comunicato israeliano, invece, si è limitato a registrare che durante l’incontro sono stati affrontati la situazione a Gaza e gli sviluppi regionali, senza ulteriori dettagli.
L’asse tra Stati Uniti e Israele resterebbe quindi solido sul piano formale, ma sul dossier iraniano la distanza strategica rimane significativa.