mediatori al lavoro

Guerra Iran-Usa, Trump: nuovi raid “in onore” dei 17 soldati americani uccisi

Nona notte consecutiva di bombardamenti statunitensi, Teheran risponde nel Golfo

Guerra Iran-Usa, Trump: nuovi raid “in onore” dei 17 soldati americani uccisi

Nelle prime ore di lunedì 20 luglio 2026, le forze americane hanno completato una nuova serie di bombardamenti contro strutture militari iraniane, proseguendo una campagna che dura ormai da nove notti consecutive.

Il presidente Donald Trump, parlando con i giornalisti dopo l’annuncio della morte di un altro militare americano, ha collegato apertamente l’operazione alle perdite subite dagli Stati Uniti:

“Li abbiamo colpiti di nuovo molto duramente questa notte. E lo abbiamo fatto in onore dei soldati uccisi”, ha dichiarato. Dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, sono morti 17 militari statunitensi e più di 420 sono rimasti feriti.

La nona notte di bombardamenti

Secondo il Centcom, il comando militare americano per il Medio Oriente, gli attacchi del 20 luglio hanno preso di mira centri di comando, sistemi di difesa aerea, postazioni di sorveglianza costiera, capacità navali, siti per il lancio di missili e droni e reti di comunicazione.

Esplosioni sono state segnalate a Tabriz, dove si ritiene siano presenti basi missilistiche sotterranee dei Guardiani della Rivoluzione, ma anche a Chabahar, Konarak, Jask, Bandar Mahshahr e Bandar Imam Khomeini. Le autorità iraniane hanno riferito di almeno una vittima nell’area di Tabriz, mentre non esiste ancora un bilancio completo dei danni provocati dagli ultimi raid.

Washington sostiene che l’obiettivo sia ridurre la capacità dell’Iran di attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Trump ha anche affermato che gli Stati Uniti controllerebbero ormai il passaggio marittimo e che la capacità militare iraniana sarebbe stata quasi distrutta. Le continue rappresaglie di Teheran mostrano però che il conflitto resta tutt’altro che concluso.

Sei soldati Usa caduti durante il conflitto

La risposta iraniana coinvolge il Golfo

Nella stessa mattinata di lunedì 20 luglio, i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro installazioni americane in diversi Paesi della regione.

Teheran afferma di aver colpito velivoli statunitensi presso l’aeroporto di Aqaba, in Giordania, mezzi e strutture militari nel campo di Al-Adiri e nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, oltre a un centro di comando americano in Siria.

In Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta della Marina statunitense, sono risuonate le sirene d’allarme. Il Kuwait ha invece comunicato di aver intercettato droni ostili e ha denunciato un nuovo attacco contro un impianto di desalinizzazione, colpito per il secondo giorno consecutivo.

L’allargamento degli attacchi ai Paesi che ospitano basi americane aumenta il rischio che la guerra coinvolga direttamente l’intera area del Golfo, anche se molti di questi Stati stanno cercando di evitare un ingresso formale nel conflitto.

Hormuz, petroliere colpite e traffico quasi fermo

Il punto più delicato resta lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale, prima della guerra, passava circa un quinto del petrolio commerciato a livello mondiale.

Nella notte tra il 19 e il 20 luglio una nave è stata colpita da un proiettile vicino alle coste dell’Oman. Secondo il centro britannico UKMTO, l’equipaggio ha abbandonato l’imbarcazione, rimasta alla deriva e in fiamme.

Poche ore dopo, i Pasdaran hanno dichiarato che due petroliere sarebbero esplose e sarebbero rimaste immobilizzate dopo aver tentato di attraversare una rotta meridionale indicata dagli Stati Uniti come più sicura. La versione iraniana non è stata verificata in modo indipendente e Teheran non ha comunicato nomi, bandiere o condizioni degli equipaggi.

I Guardiani della Rivoluzione hanno avvertito che, finché continueranno gli attacchi americani, da Hormuz non passerà “nemmeno una goccia di petrolio o gas”. Domenica 19 luglio soltanto quattro navi avrebbero attraversato lo Stretto, contro le otto del giorno precedente: numeri che mostrano quanto il traffico commerciale sia già rallentato.

Il petrolio supera i 90 dollari

La crisi militare si sta trasformando rapidamente anche in una crisi energetica. Lunedì 20 luglio 2026 il Brent ha superato i 90 dollari al barile, mentre i timori per le forniture hanno riacceso le pressioni inflazionistiche internazionali.

Il problema non è soltanto l’eventuale chiusura totale dello Stretto. Anche un passaggio ridotto, accompagnato da attacchi alle navi, premi assicurativi più elevati e deviazioni delle rotte, può far salire rapidamente i costi di petrolio, gas e trasporto marittimo.

Una tregua durata appena un mese

L’attuale escalation arriva dopo il sostanziale fallimento dell’accordo provvisorio raggiunto a giugno. La tregua avrebbe dovuto aprire un periodo di 60 giorni per negoziare una soluzione permanente, affrontando anche il programma nucleare iraniano e il futuro della navigazione nello Stretto.

A metà luglio, però, Washington e Teheran hanno ripreso ad accusarsi reciprocamente di violazioni, fino al ritorno degli attacchi quasi quotidiani. Il conflitto era iniziato il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele avevano colpito l’Iran con l’obiettivo dichiarato di danneggiare i programmi nucleare e missilistico di Teheran e indebolire la sua rete di alleati regionali.

Le proposte dei mediatori

Nonostante i bombardamenti, il canale diplomatico non è completamente chiuso. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha ribadito il 20 luglio che gli Stati Uniti continueranno a reagire finché l’Iran attaccherà la navigazione commerciale, ma ha anche detto che Washington resta disponibile a una soluzione negoziata.

Il segretario di Stato Marco Rubio

Poche ore dopo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha confermato che Teheran ha ricevuto alcune proposte trasmesse da Paesi mediatori, senza rivelarne il contenuto.

Anche l’ex ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato a cercare un nuovo accordo e una cornice di sicurezza regionale, avvertendo però il proprio Paese che gli attacchi ripetuti alla navigazione rischiano di isolare l’Iran anche tra gli Stati che finora non si sono schierati con Washington.