Prima Hamas, ora Benjamin Netanyahu. Gli Stati Uniti provano a sbloccare il piano per Gaza mettendo pressione direttamente sui due protagonisti dello stallo. Jared Kushner, inviato di Donald Trump e genero del presidente americano, è atteso oggi, 17 agosto 2026, dal premier israeliano dopo avere incontrato domenica al Cairo il leader di Hamas Khalil al-Hayya. Con Kushner ci sono anche l’ex premier britannico Tony Blair e Nickolay Mladenov, responsabile per Gaza del Board of Peace creato dagli Stati Uniti.

La missione ha un obiettivo preciso: convincere Israele ad accettare la nuova roadmap in 15 punti voluta da Trump e far partire la fase operativa del piano. Netanyahu l’ha pubblicamente respinta il 9 agosto, segnando una delle più evidenti divergenze con Washington dall’inizio della guerra.
Kushner prima incontra Hamas
Kushner ha parlato per oltre due ore con al-Hayya, insieme ai mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. È soltanto il secondo incontro conosciuto tra l’inviato americano e rappresentanti di Hamas, organizzazione che gli Stati Uniti classificano come terroristica.

Washington voleva soprattutto verificare che Hamas fosse ancora disposto a procedere sulla questione più delicata: le armi. Il movimento palestinese sostiene di restare impegnato nella roadmap e dice di essere pronto ad aprire il periodo di 14 giorni di negoziato previsto per definire tempi e modalità dell’attuazione. Ma pone una condizione: Israele deve fermare gli attacchi e iniziare il ritiro delle proprie forze.
Hamas ha quindi accettato il principio della smilitarizzazione prevista dal piano, ma contesta l’interpretazione secondo cui dovrebbe consegnare preventivamente tutte le armi prima di vedere un solo soldato israeliano arretrare.

Il nodo: chi deve muoversi per primo
La proposta americana prevede che le due operazioni avanzino in parallelo e per fasi. Hamas dovrebbe dismettere e mettere sotto controllo armi, depositi, siti produttivi e tunnel; contemporaneamente l’esercito israeliano dovrebbe ritirarsi dalle zone dichiarate e verificate come smilitarizzate. Una International Stabilization Force dovrebbe poi entrare progressivamente nelle aree evacuate, affiancando una nuova polizia palestinese.
Mladenov ha descritto il meccanismo come un processo “sector by sector”: una volta verificato che un settore sia effettivamente libero dalle armi previste dall’accordo, Israele dovrebbe arretrare da quell’area.
Netanyahu dice invece l’opposto: nessun ritiro finché Hamas non sarà completamente disarmato, comprese armi pesanti e leggere.
La pressione americana cambia bersaglio
Nelle prime settimane il pressing internazionale era stato concentrato soprattutto su Hamas. Adesso Washington cerca di spostare il baricentro anche su Israele.
La missione di Kushner arriva infatti dopo che il confronto con il movimento palestinese ha prodotto almeno una disponibilità a discutere la roadmap. Perché possano partire i 14 giorni di negoziato tecnico, però, è necessario che tutte le parti accettino formalmente il documento.

E in questo momento è Netanyahu il principale ostacolo politico. La tensione riguarda anche un altro punto: Washington chiede la cessazione delle operazioni militari durante l’attuazione del piano, mentre Israele vuole conservare maggiore libertà nell’effettuare uccisioni mirate contro membri di Hamas che considera una minaccia. Negli ultimi giorni l’aviazione israeliana ha ripreso alcuni raid dopo avere ridotto fortemente gli attacchi all’inizio di agosto sotto pressione americana.
Domenica un attacco a Khan Younis ha provocato la morte di un palestinese e il ferimento di altre persone; Israele ha sostenuto di avere preso di mira militanti di Hamas e della Jihad islamica.
Anche i Paesi arabi aumentano la pressione
Al pressing americano si è aggiunto quello regionale. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, insieme a Egitto, Qatar, Turchia, Pakistan e Indonesia, hanno condannato il rifiuto israeliano della roadmap e chiesto agli Stati Uniti e al Board of Peace di adottare misure concrete affinché nessuna delle parti possa bloccare il processo.
La dichiarazione attribuisce a Israele la responsabilità di stare ostacolando gli sforzi per arrivare alla pace. Il Likud ha reagito accusando gli Stati arabi di voler indebolire Netanyahu in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre.
Ed è proprio il calendario politico israeliano a pesare sulla trattativa. Netanyahu deve conciliare il rapporto strategico con Trump con una coalizione nella quale la destra più dura rifiuta qualsiasi ritiro prima della distruzione completa della capacità militare di Hamas. Il ministro Bezalel Smotrich ha ribadito che l’esercito non dovrebbe ritirarsi “nemmeno di un millimetro”.
Cosa prevede il piano per il dopo Hamas
La roadmap non riguarda soltanto le armi. Hamas dovrebbe perdere il controllo politico della Striscia, affidato a un Comitato nazionale palestinese tecnocratico sostenuto dal Board of Peace. L’organismo dovrebbe gestire amministrazione civile e ricostruzione, mentre la forza internazionale garantirebbe la sicurezza delle aree lasciate dall’esercito israeliano e contribuirebbe alla formazione della nuova polizia palestinese.
Anche questa parte, però, resta per ora sulla carta. Il comitato non è ancora entrato a Gaza e la forza internazionale appare lontana dal dispiegamento: secondo fonti diplomatiche citate da Reuters potrebbero servire ancora mesi. Marocco e Uganda hanno promesso contingenti, mentre altri Paesi hanno offerto personale militare, sanitario o logistico.