La crisi mediorientale entra in una nuova fase. Lunedì 1 giugno 2026 Donald Trump ha annunciato di aver parlato con Benjamin Netanyahu e, attraverso intermediari, anche con Hezbollah, sostenendo di aver ottenuto uno stop agli attacchi tra Israele e il movimento libanese.
Ma dietro la versione ufficiale della Casa Bianca si sarebbe consumato uno scontro durissimo tra il presidente americano e il premier israeliano, accusato da Trump di spingere la regione verso una nuova escalation. Secondo Axios, durante la telefonata Trump avrebbe definito Netanyahu “completamente pazzo” per la minaccia di nuovi raid su Beirut.

La conversazione, secondo le ricostruzioni testate internazionali, sarebbe nata dopo l’allarme su possibili nuovi bombardamenti israeliani nella periferia sud di Beirut, area considerata roccaforte di Hezbollah. Trump ha poi provato a presentare il contatto come un successo diplomatico, scrivendo che la chiamata con Netanyahu era stata “molto produttiva” e che Hezbollah avrebbe accettato di fermare il fuoco.
Il nodo: Libano, Iran e negoziati Usa
La tensione non riguarda solo Israele e Libano. Il punto politico centrale è che l’offensiva israeliana in Libano rischia di far saltare il fragile canale negoziale tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha minacciato di sospendere i colloqui indiretti con Washington, sostenendo che non possa esserci alcun accordo mentre Israele continua a colpire il Libano. L’Iran chiede lo stop agli attacchi israeliani come condizione per tenere aperta la trattativa, mentre gli Stati Uniti insistono nel separare i due dossier.
La giornata del 2 giugno ha confermato quanto il cessate il fuoco sia fragile. Raid israeliani nel sud del Libano hanno ucciso 11 persone poche ore dopo l’annuncio di Trump sulla de-escalation.
Una tregua parziale, non una pace
La formula emersa nelle ultime ore sembra più una tregua tattica che un vero accordo. L’intesa annunciata da Trump prevederebbe lo stop israeliano agli attacchi su Beirut e l’interruzione degli attacchi di Hezbollah contro Israele. Ma non risulta un cessate il fuoco generale su tutto il Libano, e infatti gli attacchi nel sud sono proseguiti.
Trump e Netanyahu sono alleati storici, ma la guerra regionale ha creato un evidente conflitto di priorità. Per Washington, oggi, l’obiettivo è evitare che il confronto con l’Iran diventi incontrollabile. Per Netanyahu, invece, la pressione militare su Hezbollah resta uno strumento essenziale per ristabilire deterrenza e consenso interno.
Non tutti, però, leggono lo scontro come una vera rottura. Al Jazeera ha raccolto analisi secondo cui le indiscrezioni sulla telefonata potrebbero anche essere fughe strategiche, utili a costruire l’immagine di un Trump capace di contenere Israele e, nello stesso tempo, di rassicurare Teheran sulla serietà del negoziato.
In Libia gli attivisti della Flotilla restano sotto processo
Mentre il fronte diplomatico si incendia, un altro caso si intreccia alla guerra di Gaza: quello della Global Sumud Flotilla di terra. Due attivisti italiani, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia, risultano ancora trattenuti in Libia orientale dopo essere stati fermati nei pressi di Sirte, in una zona controllata da forze legate al generale Khalifa Haftar. Il 2 giugno i due sono comparsi davanti al procuratore di Bengasi, che ha disposto il proseguimento della custodia cautelare fino alla prossima udienza.

Guerra a cerchi concentrici
Il quadro che emerge è quello di una crisi a cerchi concentrici: Gaza, Libano, Iran, Stati Uniti, Israele e Libia sono ormai parte di un’unica instabilità regionale. Ogni fronte influenza l’altro. Un raid in Libano può bloccare il negoziato Usa-Iran; una mossa di Hezbollah può riaprire il fronte nord di Israele; il caso della Flotilla mostra come anche le iniziative umanitarie vengano assorbite dalla logica della sicurezza e della contrapposizione politica.