e adesso?

E’ scaduta la tregua fra Usa e Iran firmata a Islamabad: cosa succede ora

Ma il cessate il fuoco era già entrato in crisi da settimane: Trump lo aveva dichiarato "finito", Teheran lo aveva sospeso e gli scontri erano ripresi

E’ scaduta la tregua fra Usa e Iran firmata a Islamabad: cosa succede ora

I 60 giorni sono finiti, arriva oggi – 17 agosto 2026 – la scadenza la finestra prevista dall’Islamabad Memorandum of Understanding, l’accordo provvisorio firmato il 17 giugno da Stati Uniti e Iran con la mediazione del Pakistan. Il documento prevedeva la cessazione delle operazioni militari e concedeva alle parti 60 giorni, prorogabili consensualmente, per trasformare quella tregua in un accordo definitivo.

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Quell’obiettivo non è stato raggiunto. E nelle ultime ore non è arrivato alcun annuncio concordato di proroga.

Una tregua che si era già rotta

La scadenza del 17 agosto è soprattutto politica e diplomatica, perché l’intesa era già stata svuotata di gran parte del suo contenuto.

L’8 luglio Donald Trump aveva dichiarato il memorandum “over”, finito, accusando Teheran di non rispettarne gli impegni. Pochi giorni dopo l’Iran lo aveva a sua volta dichiarato sospeso. Nel frattempo erano ripresi gli attacchi americani e le tensioni nello Stretto di Hormuz, mentre Washington aveva revocato alcune delle aperture economiche concesse dopo la firma.

Il 12 agosto fonti governative pakistane avevano fatto filtrare la notizia di un accordo di massima per prorogare la tregua. Ma Teheran l’ha smentita quasi immediatamente: una fonte iraniana ha riferito a Reuters che non erano in corso negoziati su un’estensione e che prima Washington avrebbe dovuto tornare a rispettare il memorandum. Ad oggi, dunque, non esiste una proroga formalmente concordata.

Cosa prevedeva l’accordo di Islamabad

Il memorandum era molto più di una semplice sospensione dei bombardamenti. I suoi 14 punti prevedevano la cessazione delle operazioni militari, il progressivo superamento del blocco navale americano contro l’Iran e il ripristino del traffico commerciale attraverso Hormuz. Teheran si impegnava inoltre a non sviluppare armi nucleari e a mantenere congelato il proprio programma durante i negoziati.

Sul tavolo c’erano poi questioni enormi: rimozione delle sanzioni, accesso iraniano ai beni congelati all’estero, futuro dell’uranio arricchito, ricostruzione dell’Iran e un meccanismo internazionale di controllo dell’accordo.

Molte di queste misure erano state rinviate proprio all’accordo definitivo che avrebbe dovuto essere raggiunto entro oggi. E quell’accordo non c’è.

Hormuz è il vero campo di battaglia

La partita decisiva resta lo Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita una quota cruciale del petrolio mondiale.

L’accordo di giugno prevedeva che l’Iran garantisse per 60 giorni il passaggio delle navi commerciali senza pedaggi, mentre gli Stati Uniti avrebbero progressivamente smantellato il blocco dei porti iraniani.

È proprio su questo meccanismo che la tregua si è spezzata. Washington accusa l’Iran di non avere realmente riaperto Hormuz; Teheran sostiene invece che gli Stati Uniti non abbiano rispettato gli impegni sul blocco navale, sulle sanzioni e sui capitali iraniani congelati. Negli ultimi giorni il traffico è nuovamente precipitato. Sabato sono transitate appena cinque navi e domenica nessuna, contro 31 nel weekend precedente.

Il petrolio torna a guardare alla guerra

I mercati stanno già reagendo. Questa mattina il Brent si è mosso intorno agli 89 dollari al barile, dopo una settimana nella quale i prezzi erano saliti di oltre il 5%, spinti dagli attacchi alle infrastrutture energetiche e dal deterioramento delle prospettive diplomatiche.

Finché Hormuz rimane fortemente limitato, qualsiasi attacco contro petroliere, terminali o raffinerie può produrre conseguenze immediate sul prezzo del greggio e, a cascata, su carburanti, trasporti e inflazione.

La tregua di Islamabad aveva proprio questo obiettivo: separare il negoziato politico dalla sicurezza della navigazione. Ed ha evidentemente fallito.

Da oggi può ripartire la guerra su larga scala?

Tecnicamente non esiste un automatismo. La scadenza non contiene una clausola che obblighi le parti a riprendere le ostilità. Ma scompare l’ultima cornice temporale condivisa entro la quale Stati Uniti e Iran avevano promesso di arrivare a un accordo definitivo.

Il rischio è quindi che ogni nuovo incidente – una nave colpita, un attacco alle basi americane, un bombardamento sull’Iran o un’azione delle milizie alleate di Teheran – produca una nuova escalation senza che esista più un documento comune al quale richiamarsi.

Negli ultimi giorni Washington ha annunciato di essere pronta ad aumentare ulteriormente la pressione economica, mentre Teheran continua a rivendicare il controllo dello Stretto e a subordinare il ritorno al tavolo al rispetto degli impegni americani.

Resta però un filo diplomatico

La diplomazia non è completamente morta. Pakistan e Qatar continuano a scambiare messaggi tra le due parti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha confermato nei giorni scorsi l’esistenza di comunicazioni indirette, anche se da Teheran è arrivata la precisazione che non hanno prodotto progressi concreti.

Esisterebbe inoltre un canale informale che Washington ha cercato di aprire direttamente con esponenti dei Guardiani della Rivoluzione, oggi molto più influenti negli equilibri interni iraniani.