In pensione più tardi e, a parità di condizioni, con un assegno meno generoso. Il 2027 porterà una doppia novità per milioni di lavoratori italiani: l’aumento dell’età pensionabile e la revisione al ribasso dei coefficienti utilizzati per calcolare la pensione contributiva. Due cambiamenti che scatteranno dal 1° gennaio e che, sommati, renderanno meno favorevoli le condizioni di uscita dal lavoro.
A confermare il nuovo quadro è il decreto direttoriale del 16 ottobre 2026, pubblicato dal ministero del Lavoro il 20 ottobre, che aggiorna i coefficienti di trasformazione per il biennio 2027-2028. L’intervento si aggiunge all’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, già previsto dalla normativa vigente.
Non verranno ridotti gli assegni di chi è già in pensione. Le nuove regole di calcolo riguardano invece i trattamenti che decorreranno dal prossimo anno.
Dal 2027 un mese di lavoro in più, tre mesi dal 2028
La prima modifica riguarda il momento in cui si potrà lasciare il lavoro. Attualmente, nel 2026, la pensione di vecchiaia ordinaria si raggiunge a 67 anni, in presenza degli altri requisiti contributivi previsti dalla legge. Dal 1° gennaio 2027 serviranno 67 anni e un mese, mentre nel 2028 il limite salirà a 67 anni e tre mesi.
L’aumento interesserà anche la pensione anticipata ordinaria, che permette di lasciare il lavoro indipendentemente dall’età anagrafica, sulla base degli anni di contributi versati. Nel 2027 saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028 i requisiti saliranno rispettivamente a 43 anni e un mese e 42 anni e un mese. Si tratta dell’adeguamento alla speranza di vita, introdotto per collegare progressivamente i requisiti pensionistici all’evoluzione demografica.
Assegni più bassi: cosa cambia nel calcolo
La seconda novità riguarda l’importo della pensione. Il sistema contributivo utilizza un coefficiente che trasforma i contributi accumulati durante la vita lavorativa in una rendita annuale. Dal 2027 questi coefficienti diminuiranno: a 67 anni si passerà dall’attuale 5,575% al 5,514%. A 68 anni il valore scenderà dal 5,753% al 5,707%. In sostanza, a parità di contributi accumulati e di età al pensionamento, il nuovo calcolo produrrà un assegno inferiore. Il principio alla base della revisione è legato alla durata attesa della pensione: se aumenta la speranza di vita, il capitale contributivo deve essere teoricamente distribuito su un numero maggiore di anni.
Quanto si perde: l’esempio con 300mila euro di contributi
Per comprendere l’impatto economico, immaginiamo un lavoratore che abbia accumulato 300.000 euro di montante contributivo e vada in pensione a 67 anni. Con il coefficiente attuale del 5,575%, la pensione annua lorda sarebbe pari a 16.725 euro. Applicando il nuovo coefficiente del 5,514%, l’importo scenderebbe a 16.542 euro. La differenza è di 183 euro lordi all’anno, circa 14 euro per ciascuna delle tredici mensilità, considerando esclusivamente la modifica del coefficiente.
L’esempio serve a isolare l’effetto delle nuove tabelle: dal 2027, per accedere alla pensione di vecchiaia ordinaria, sarà normalmente necessario attendere 67 anni e un mese. Inoltre, continuare a lavorare significa accumulare ulteriori contributi, che possono compensare almeno in parte la riduzione.
Chi sarà penalizzato e chi è escluso dagli aumenti
La riduzione dei coefficienti riguarda direttamente i lavoratori la cui pensione è calcolata interamente con il metodo contributivo, generalmente coloro che hanno iniziato a versare contributi dal 1996. Per chi rientra nel sistema misto, invece, l’effetto si applica soltanto alla quota contributiva dell’assegno, senza modificare direttamente la parte calcolata con il metodo retributivo.
Sono previste anche eccezioni all’aumento dei requisiti pensionistici. Secondo le indicazioni dell’Inps, l’adeguamento del biennio 2027-2028 non riguarda determinate categorie impegnate in attività gravose e usuranti, tra cui alcuni lavoratori notturni, addetti alla catena di montaggio e altre figure individuate dalla normativa, nel rispetto degli specifici requisiti. Restano esclusi dall’incremento anche determinati lavoratori precoci impegnati in mansioni pesanti, che conservano il requisito ridotto di 41 anni di contributi. L’esenzione non si estende automaticamente a tutti i beneficiari dell’Ape sociale.
Cosa conviene fare a coloro che sono vicino alla pensione
Per chi maturerà i requisiti tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, diventa particolarmente importante verificare la propria posizione contributiva. Le nuove tabelle non significano necessariamente che rinviare la pensione comporti un assegno inferiore in termini assoluti: l’età più elevata e gli ulteriori contributi possono aumentare l’importo finale, anche se il coefficiente applicato a parità di età sarà meno favorevole rispetto al 2026.
La valutazione deve essere individuale e considerare il montante accumulato, il sistema di calcolo applicabile, la decorrenza del trattamento e gli eventuali requisiti agevolati. Per milioni di lavoratori, il 2027 segnerà comunque un nuovo passo nell’adeguamento del sistema previdenziale all’invecchiamento della popolazione: servirà più tempo per lasciare il lavoro e ogni euro di contributi accumulati, a parità di età, produrrà una pensione leggermente inferiore rispetto a oggi.