DATI ISTAT

Le famiglie possono spendere sempre meno e il Pil italiano è quasi fermo (+0,1%)

Il confronto con il terzo trimestre 2024 fa segnare +0,6%

Le famiglie possono spendere sempre meno e il Pil italiano è quasi fermo (+0,1%)

Nel terzo trimestre del 2025 il Prodotto interno lordo italiano è cresciuto appena dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, un risultato leggermente migliore rispetto alla stima diffusa il 30 ottobre, che indicava una variazione nulla. Su base annua, invece, il confronto con il terzo trimestre del 2024 registra un +0,6%, anche in questo caso in miglioramento rispetto alla precedente stima del +0,4%.

Il trimestre ha beneficiato di quattro giornate lavorative in più rispetto al precedente, mentre il numero di giorni lavorativi è invariato rispetto allo stesso periodo del 2024. La variazione acquisita per il 2025 resta ferma allo 0,5%, confermando l’andamento moderato dell’economia nazionale.

Voce Variazione
PIL trimestrale (rispetto al trimestre precedente) +0,1%
PIL tendenziale (rispetto al terzo trimestre 2024) +0,6%
Stima precedente PIL trimestre 0,0% (variazione nulla)
Variazione acquisita 2025 +0,5%
Giornate lavorative in più (rispetto al trimestre precedente) +4

La domanda interna tiene, ma non basta

Tutti i principali aggregati della domanda interna mostrano segni positivi: +0,1% per i consumi finali nazionali e +0,6% per gli investimenti fissi lordi.

Importazioni ed esportazioni risultano entrambe in crescita (+1,2% e +2,6% rispettivamente). La domanda nazionale al netto delle scorte contribuisce positivamente con +0,2 punti percentuali, ma la variazione delle scorte e degli oggetti di valore ha un impatto negativo di -0,6 punti percentuali. Positivo, invece, il contributo della domanda estera netta, che aggiunge +0,5 punti percentuali alla crescita del Pil.

Settori produttivi: bene agricoltura e servizi, in calo l’industria

Dal punto di vista dell’offerta, l’andamento è eterogeneo: l’agricoltura fa segnare un +0,8%, i servizi +0,2% mentre l’industria un negativo -0,3%. Andamenti congiunturali negativi anche delle costruzioni (-0,2%), amministrazione pubblica, difesa, istruzione e sanità (-0,1%) e attività artistiche, di intrattenimento e altri servizi (-1,1%).

Aggregato Variazione / Contributo
Consumi finali nazionali +0,1%
Investimenti fissi lordi +0,6%
Importazioni +1,2%
Esportazioni +2,6%
Domanda nazionale (al netto scorte) +0,2 p.p.
Domanda estera netta +0,5 p.p.
Variazione scorte e oggetti di valore -0,6 p.p.

In espansione il commercio, riparazione di veicoli, trasporto, magazzinaggio, il settore alloggio e ristorazione (+0,4%), quello dei servizi di informazione e comunicazioni (+0,3%) e i settori relativi alle attività finanziarie e assicurative (+1,4%), alle attività immobiliari (+0,1%) e alle attività professionali (+0,2%).

In crescita anche le ore lavorate (+0,7%) e le unità di lavoro (+0,6%). Si stima un aumento dello 0,8% nei redditi di lavoro dipendente pro capite per effetto dell’aumento fatto registrare in tutti i settori: +1,7% agricoltura, silvicoltura e pesca, +0,4% industria in senso stretto, +0,7% costruzioni e +0,9% servizi.

Consumatori in difficoltà

Sui dati diffusi dall’Istat è intervenuto Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che definisce il quadro economico “preoccupante”:

Il Paese resta fermo. È una magra consolazione essere passati da una variazione nulla ad un misero +0,1%”.

Dona punta il dito soprattutto sui consumi delle famiglie residenti, cresciuti solo dello 0,1%:

Massimiliano Dona

“È evidente che, finché le famiglie non arrivano a fine mese e sono costrette ad acquistare solo lo stretto necessario, non potrà mai esserci una crescita significativa. Questa voce rappresenta il 56,4% del Pil”.

Il presidente critica inoltre la manovra economica, sottolineando che le modifiche all’Irpef destinerebbero l’85,2% delle risorse al 40% più ricco della popolazione, lasciando solo una minima parte al restante 60%:

“Un Robin Hood al contrario, con un effetto minimo sui consumi, data la bassa propensione marginale al consumo dei ceti più abbienti”.