Il sistema del credito italiano sta attraversando una trasformazione profonda, silenziosa e strutturale. Non si tratta di una semplice fase ciclica, né di un temporaneo irrigidimento delle politiche bancarie: siamo davanti a un cambio di paradigma che ridisegna il rapporto tra banche e imprese, soprattutto per le PMI.
La convergenza tra le nuove regole prudenziali (Basilea 3 e 4), la riduzione delle garanzie pubbliche e l’assenza di una politica economica realmente coordinata con l’UE sugli Aiuti di Stato ha generato una tempesta perfetta. Una tempesta che non si manifesta con clamore, ma con un razionamento del credito tanto invisibile quanto determinante per la sopravvivenza delle imprese. Soprattutto per le Piccole e Medie con Fabbisogni Finanziari generalmente medio alti.
🔴 1. Il razionamento “silenzioso” del credito
Il credito non viene negato perché mancano le risorse, ma perché i nuovi filtri di ammissibilità escludono intere categorie di imprese prima ancora che la pratica venga valutata.
- Le banche non alzano i tassi per scoraggiare la domanda: semplicemente non aprono il rubinetto.
- Il rifiuto non è più discrezionale, ma tecnico: non si supera il modello di rischio, quindi l’operazione non è ammissibile.
- Il fenomeno è “silenzioso” perché non appare come una crisi di liquidità, ma come un irrigidimento normativo.
Il risultato è un mercato del credito che si restringe senza dichiararlo.
🔴 2. Tassi più alti per costo del capitale, non della raccolta
Anche se la BCE riduce i tassi, il credito alle imprese non diventa automaticamente più conveniente. Il motivo è strutturale:
- Le banche devono accantonare più capitale per ogni euro prestato a imprese con profili di rischio elevati.
- Il vero costo non è la raccolta, ma l’assorbimento di capitale richiesto dalle regole prudenziali.
- Le PMI, prive di rating certificati o con bilanci non ottimizzati, diventano “costose” per la banca.
Il risultato è un paradosso: tassi alti anche in un contesto di tassi BCE in calo.
🔴 3. Fine del credito relazionale: dominio del rating e dei dati
Il modello tradizionale, basato sulla conoscenza personale dell’imprenditore, è stato sostituito da un sistema:
- standardizzato,
- automatizzato,
- data-driven.
Il direttore di filiale non ha più margine per “metterci la faccia”. Se il modello di scoring assegna un rating negativo, l’operazione è bloccata.
La relazione non scompare del tutto, ma non è più sufficiente. Conta ciò che è misurabile: Centrale Rischi, bilanci, flussi di cassa, indicatori DSCR, coerenza dei piani industriali.
🔴 4. Dipendenza crescente da garanzie pubbliche sempre più scarse
Durante la pandemia e la crisi energetica, le garanzie pubbliche hanno sostenuto il sistema. Oggi però:
- le coperture tornano ai livelli ordinari (60–80%),
- i costi aumentano,
- i criteri diventano più selettivi,
- i plafond non sono infiniti.
Nonostante le ennesime proroghe, il Fondo di Garanzia sconta un peccato originale: la saturazione dei massimali De Minimis. Per le imprese con fabbisogni finanziari medio-alti, il fondo è diventato un miraggio: tecnicamente disponibile, ma praticamente inaccessibile per esaurimento dei plafond di aiuto di stato.
Senza garanzia pubblica, il costo del capitale (punto 2) rende molti finanziamenti non sostenibili per le imprese e non convenienti per le banche.
Si crea così un effetto imbuto: meno garanzie → meno credito → più rischio → ancora meno credito.
La conseguenza: un mercato del credito che premia solo chi è “pronto”
Il messaggio è inequivocabile: chi non ha numeri solidi, trasparenti e coerenti rischia di essere escluso dal mercato del credito.
Non esiste più un interlocutore umano disposto a scommettere sulla reputazione o sulla storia dell’imprenditore. Esiste un algoritmo che valuta:
- qualità dei bilanci,
- sostenibilità dei flussi di cassa,
- coerenza del piano industriale,
- continuità aziendale,
- indicatori di rischio prospettico.
Il credito diventa un bene “meritocratico”, ma anche selettivo e potenzialmente discriminante per chi non ha strumenti di governance adeguati.
Conclusione: la nuova frontiera è la governance finanziaria
In questo scenario, la vera leva competitiva non è più la relazione bancaria, ma la capacità dell’impresa di presentarsi con un profilo di rischio solido, misurabile e credibile.
Servono:
– bilanci puliti e tempestivi,
– controllo di gestione evoluto,
– monitoraggio costante degli indicatori di rischio,
– piani industriali credibili e verificabili,
– narrative finanziarie coerenti e trasparenti.
Il credito non è finito. È cambiato. E chi non cambia rischia di restare fuori.