L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più rapidamente nel mercato del lavoro, ma dire che una professione è “a rischio” non significa automaticamente che quel posto di lavoro scomparirà.
È la distinzione fondamentale che emerge dai nuovi dati del Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti, che dal 27 agosto 2026 ha introdotto una classificazione specifica sull’esposizione delle professioni all’IA. Il sistema divide i lavori in quattro livelli: bassa, moderata, alta e molto alta esposizione. La misura considera quanto le attività svolte in una determinata professione possano essere eseguite o supportate dagli strumenti di IA.
Il BLS precisa però che l’esposizione non equivale a una previsione di perdita dell’occupazione, né indica automaticamente una diminuzione degli stipendi o la probabilità che un lavoratore venga sostituito. Un lavoro può essere molto esposto all’IA e, allo stesso tempo, continuare a crescere perché la tecnologia ne modifica le mansioni invece di eliminarlo.
Le professioni più esposte: uffici, analisi e attività digitali
Fra le professioni classificate dal BLS con esposizione elevata o molto elevata compaiono diversi lavori che hanno in comune una forte componente digitale.
L’elenco comprende, tra gli altri, risorse umane, marketing, gestione finanziaria, analisi dei dati, contabilità, supporto tecnico, sviluppo software e programmazione. Sono attività nelle quali una parte consistente del lavoro può essere svolta attraverso l’elaborazione di testi, dati, codice e informazioni digitali.
Ma anche in questo caso è necessario evitare una conclusione troppo semplice. Negli Stati Uniti, per esempio, il BLS prevede che l’occupazione degli sviluppatori software aumenti del 10,2% tra il 2025 e il 2035, nonostante il settore sia tra quelli maggiormente esposti alle capacità dell’IA.
Esposizione all’IA e scomparsa del lavoro non sono la stessa cosa.
I lavori che resistono meglio: conta la presenza fisica
Dall’altra parte ci sono le professioni nelle quali l’IA attuale incontra maggiori difficoltà, soprattutto quando il lavoro richiede presenza fisica, manualità, interazione diretta con le persone o capacità di intervenire in ambienti imprevedibili.
Il BLS colloca tra le professioni a bassa esposizione numerosi lavori sanitari, tra cui infermieri, fisioterapisti, paramedici, anestesisti e igienisti dentali. Nello stesso gruppo rientrano anche diverse attività manuali e a diretto contatto con il pubblico, come camerieri, baristi, estetisti, agricoltori, pescatori e meccanici.
La ragione è chiaramente legata alla natura delle mansioni. Un modello di IA può analizzare informazioni mediche o suggerire una risposta a un cliente, ma questo non significa che sia in grado di sostituire automaticamente la componente fisica, relazionale e decisionale che caratterizza molte professioni.
Sanità e assistenza tra i lavori destinati a crescere
Il caso della sanità è particolarmente significativo perché mostra come la diffusione dell’IA possa convivere con una crescita dell’occupazione.
Le proiezioni del BLS per gli Stati Uniti indicano che tra il 2025 e il 2035 gli occupati nel settore privato della sanità e dell’assistenza sociale aumenteranno di oltre 2,2 milioni, pari a circa il 37% di tutti i nuovi posti di lavoro previsti nel periodo.
Fra le professioni in maggiore crescita figurano gli infermieri, con un aumento previsto del 5,6%, e soprattutto i nurse practitioners, per i quali il BLS stima una crescita del 41%. L’IA, quindi, può diventare uno strumento utilizzato all’interno di professioni che continuano ad avere bisogno di persone.
Anche i lavori più esposti possono crescere
Il BLS ha previsto per il periodo 2025-2035 una crescita complessiva dell’occupazione statunitense di 5,9 milioni di posti, pari al 3,5%. All’interno di questo quadro, le professioni informatiche e matematiche dovrebbero crescere del 7,3%.
Ancora più significativo è il dato sui data scientist, una professione strettamente legata all’economia dell’IA: il BLS prevede una crescita del 34,6% entro il 2035. La tecnologia, quindi, non produce soltanto attività che possono essere automatizzate. Crea anche una domanda crescente di persone capaci di sviluppare, controllare, interpretare e utilizzare l’IA.
Quali lavori rischiano maggiormente di ridursi
Il rischio maggiore riguarda soprattutto le attività ripetitive e standardizzabili, nelle quali una macchina o un software può svolgere una sequenza di operazioni con poca necessità di intervento umano.
Nelle proiezioni statunitensi 2025-2035, tra le professioni con la maggiore riduzione prevista figurano addetti alla videoscrittura e dattilografi, operatori telefonici, centralinisti e addetti all’inserimento dati. Per questi ultimi il BLS prevede una diminuzione del 25,5%.
È una tendenza coerente con quanto emerge dal World Economic Forum, secondo cui tra le professioni destinate a diminuire più rapidamente entro il 2030 figurano diversi ruoli amministrativi e d’ufficio, tra cui cassieri, addetti alla biglietteria, assistenti amministrativi, segretari esecutivi, addetti alla stampa, contabili e revisori. Tra i principali fattori indicati dal WEF ci sono proprio IA, tecnologie per l’elaborazione delle informazioni, digitalizzazione e sistemi robotici.
Un posto di lavoro su quattro è esposto alla GenAI
La fotografia globale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) è più prudente rispetto agli scenari sulla scomparsa dei mestieri.
Secondo l’aggiornamento pubblicato nel maggio 2025, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione con un certo livello di esposizione all’IA generativa. Tuttavia, soltanto il 3,3% dell’occupazione mondiale rientra nella categoria con il livello di esposizione più elevato.
La conclusione dell’ILO è fondamentalee: nella maggior parte dei casi è più probabile una trasformazione delle professioni che una loro completa eliminazione.
Le attività cambiano, alcune mansioni vengono automatizzate e altre acquistano maggiore importanza. Il lavoratore può quindi trovarsi a utilizzare l’IA come strumento quotidiano anziché essere semplicemente sostituito dalla tecnologia.
Il rischio maggiore per i giovani e per i lavori meno qualificati
L’impatto non sarà però distribuito in modo uniforme. Una ricerca dell’ILO pubblicata nel giugno 2026, che raccoglie le evidenze empiriche disponibili su produttività, occupazione e organizzazione del lavoro, rileva che finora la sostituzione su larga scala dei lavoratori è rimasta limitata. Emergono però rischi legati alle opportunità occupazionali dei giovani, alle disuguaglianze e alla qualità del lavoro.
Anche la Commissione europea, in una nota pubblicata nel gennaio 2026 sull’impatto dell’IA sull’occupazione, evidenzia che i benefici potrebbero essere maggiori per i lavoratori altamente qualificati e nella fascia centrale dell’età lavorativa, mentre giovani, lavoratori meno qualificati e territori economicamente più fragili risultano maggiormente esposti agli effetti negativi senza adeguate politiche di accompagnamento.
In Italia l’IA è già entrata nelle imprese
Il cambiamento non riguarda soltanto Stati Uniti ed Europa. Anche in Italia l’adozione dell’IA sta accelerando.
Secondo Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, contro l’8,2% nel 2024 e il 5% nel 2023. Tra le grandi imprese, quelle con almeno 250 addetti, la quota è arrivata al 53,1%.
L’utilizzo è particolarmente elevato nei servizi di informazione e comunicazione, dove supera il 50%, e nelle attività professionali e tecniche. Tra le applicazioni più diffuse ci sono l’estrazione di informazioni dai documenti, l’IA generativa per testi e contenuti multimediali e il riconoscimento vocale.
Un dato è particolarmente significativo: quasi il 60% delle imprese che hanno valutato investimenti in IA senza poi realizzarli indica la mancanza di competenze adeguate come uno dei principali ostacoli.
Le competenze diventano decisive
È ragionevole supporre che la vera partita non sia soltanto tra lavoratori e macchine, ma tra chi possiede le competenze necessarie per lavorare insieme alle nuove tecnologie e chi rischia di rimanerne escluso.
L’OECD ha rilevato che l’IA generativa può aiutare le piccole e medie imprese ad affrontare carenze di personale e competenze. In una rilevazione condotta su oltre 5.000 PMI di sette Paesi, il 31% dichiarava di utilizzare strumenti di IA generativa. Le imprese intervistate segnalavano miglioramenti nelle prestazioni e un aiuto nel compensare alcune carenze di competenze, ma anche una maggiore necessità di lavoratori altamente qualificati.
Il tema della formazione diventa quindi centrale. Non basta sapere usare un programma: serviranno capacità di valutazione critica, problem solving, comunicazione, creatività e collaborazione, competenze che continuano a essere rilevanti anche nei lavori maggiormente interessati dall’automazione.
I lavori del futuro non saranno necessariamente senza esseri umani
Il quadro che emerge dalle diverse fonti è meno drastico di quello suggerito dai titoli più allarmistici.
La distinzione fondamentale non è tra professioni che l’IA farà sparire e professioni che resteranno immutate. Il vero discrimine sarà probabilmente tra mansioni automatizzabili e mansioni che richiedono ancora giudizio umano, responsabilità, relazione, creatività o presenza fisica.