investimento o nuovo debito?

Difesa, l’Italia chiederà tutti i 14,9 miliardi del fondo SAFE. Tajani: “Proposta entro fine anno”

Dopo settimane di esitazioni, il governo decide di utilizzare l’intero importo assegnato da Bruxelles

Difesa, l’Italia chiederà tutti i 14,9 miliardi del fondo SAFE. Tajani: “Proposta entro fine anno”

L’Italia utilizzerà i 14,9 miliardi di euro messi a disposizione attraverso SAFE, lo strumento europeo creato per accelerare gli investimenti comuni nella sicurezza e nella difesa.

Ad annunciarlo oggi, martedì 28 luglio 2026, è stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, durante il seguito dell’informativa parlamentare sugli esiti del vertice Nato di Ankara, svolta insieme al ministro della Difesa Guido Crosetto davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

“Abbiamo deciso di utilizzare SAFE chiedendo un intervento di 14,9 miliardi. Entro la fine dell’anno formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto come investirli nell’anno successivo”, ha dichiarato Tajani.

La decisione segna un cambio di rotta rispetto alle esitazioni emerse nelle ultime settimane, quando all’interno dell’esecutivo si era discusso se rinunciare ai fondi, chiedere una somma più contenuta oppure rinviare l’adesione.

Che cos’è SAFE

L’acronimo significa Security Action for Europe. Il programma, entrato in vigore nel maggio 2025, consente all’Unione europea di raccogliere sui mercati fino a 150 miliardi di euro e prestarli agli Stati membri per finanziare grandi programmi di approvvigionamento militare congiunto.

Non si tratta di contributi gratuiti. Bruxelles emette titoli europei e trasferisce le risorse agli Stati attraverso prestiti di lunga durata e a condizioni generalmente più favorevoli rispetto a quelle che molti governi potrebbero ottenere autonomamente. I debiti dovranno comunque essere restituiti dai Paesi beneficiari.

Per l’Italia, il vantaggio consiste soprattutto nella possibilità di anticipare investimenti già programmati, distribuendone il costo su un periodo più lungo e utilizzando la capacità finanziaria e il merito di credito dell’Unione.

Cosa potrà essere finanziato

SAFE è destinato soprattutto agli acquisti comuni tra Stati europei. Tra le categorie ammesse figurano:

  • munizioni, missili e sistemi di artiglieria;
  • difesa aerea e antimissile;
  • droni e sistemi antidrone;
  • mezzi terrestri, navali e subacquei;
  • capacità cyber e spaziali;
  • mobilità militare e protezione delle infrastrutture critiche.

I programmi devono rafforzare la base industriale europea e, di norma, coinvolgere più Paesi. Possono partecipare anche l’Ucraina e alcuni partner legati all’Unione da accordi di sicurezza e difesa.

Non è ancora stato presentato l’elenco definitivo dei progetti italiani. Toccherà alla Difesa indicare quali programmi inserire nel piano nazionale e con quali tempi.

Dalle resistenze alla richiesta dell’intero importo

Ancora all’inizio di luglio, il ricorso a SAFE appariva tutt’altro che scontato. Fonti governative avevano ipotizzato di procedere soltanto dopo un passaggio parlamentare sulla clausola nazionale di salvaguardia per le spese militari. Tajani aveva inoltre affermato a fine maggio che non fosse il momento di contrarre un prestito così consistente.

Le maggiori cautele provenivano dal ministero dell’Economia. Giancarlo Giorgetti aveva ricordato che, pur offrendo tassi vantaggiosi e scadenze lunghe, SAFE rimane nuovo debito pubblico e comporta l’obbligo di restituzione. Aveva inoltre osservato che molti programmi potenzialmente finanziabili riguardavano commesse già avviate.

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Giancarlo Giorgetti, ministro del Mef

Crosetto spingeva invece per l’adesione, sostenendo che la Difesa avesse già pronti investimenti che, senza i prestiti europei, avrebbero dovuto essere rinviati.

A rendere più urgente la scelta era stato anche l’avvertimento europeo: in assenza di una decisione italiana, i 14,9 miliardi avrebbero potuto essere riallocati ad altri Paesi, vista la forte domanda per lo strumento.

Il legame con gli impegni Nato

La richiesta si inserisce nel più ampio aumento della spesa europea per la sicurezza e negli impegni assunti in sede Nato. Il governo dovrà però distinguere tra i prestiti SAFE, destinati a investimenti e acquisti comuni, e le altre risorse necessarie per personale, manutenzione, addestramento e funzionamento ordinario delle Forze armate.

Crosetto ha recentemente sostenuto che l’incremento previsto per il 2027 non sarà dedicato soltanto a nuove armi, ma anche alla sicurezza, al personale e all’efficienza complessiva dello strumento militare.

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Crosetto al Senato

SAFE non sostituirà quindi automaticamente tutte le maggiori spese richieste dagli obiettivi Nato. Potrà però alleggerire il fabbisogno immediato del bilancio statale, permettendo di anticipare programmi che altrimenti sarebbero stati distribuiti su più anni.

Quali potrebbero essere le priorità italiane

In assenza del piano definitivo, le priorità possono essere soltanto ipotizzate sulla base delle categorie europee e delle esigenze già indicate dalla Difesa.

Fra i settori più plausibili rientrano il potenziamento della difesa aerea e antimissile, l’acquisto di munizioni, lo sviluppo di droni e sistemi antidrone, la sicurezza delle infrastrutture strategiche e il rafforzamento delle capacità navali nel Mediterraneo. Si tratta però di una valutazione preliminare: programmi, importi e partner dovranno essere formalizzati nel piano italiano e approvati a livello europeo.

Il governo dovrà inoltre decidere quanta parte delle risorse destinare a contratti già esistenti e quanta a nuovi programmi comuni, evitando che SAFE diventi soltanto uno strumento per sostituire spese nazionali già previste.

Il nodo politico: investimenti o nuovo debito

La decisione offrirà alle opposizioni un terreno di confronto. Da una parte, il governo potrà rivendicare l’accesso a finanziamenti europei più convenienti e il rafforzamento dell’industria nazionale della difesa. Dall’altra, resterà la questione dei 14,9 miliardi di nuovo debito e delle priorità di spesa in una fase di risorse pubbliche limitate.