Lo Stretto di Hormuz, che separa Oman e Iran, non è solo un punto geografico strategico, ma un vero e proprio imbuto vitale per l’energia mondiale. Ogni giorno, da questo passaggio transitano circa 17 milioni di barili di petrolio, che corrispondono a circa il 20% di tutto il petrolio trasportato via mare. Anche il gas naturale liquefatto, proveniente in gran parte dal Qatar, viaggia attraverso lo stretto: circa 10 miliardi di piedi cubici al giorno, pari a un quinto del commercio mondiale di GNL.

Con l’aggravarsi della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, lo spettro di un blocco totale dello stretto potrebbe mettere sotto pressione non solo i mercati energetici, ma l’intera economia mondiale, con effetti diretti sull’industria e sull’agricoltura europea.
L’alluminio: l’altra grande vulnerabilità
Oltre al petrolio e al gas, lo Stretto di Hormuz è un passaggio cruciale per l’alluminio, metallo fondamentale per l’industria moderna. La regione interessata dalla crisi produce circa 6 milioni di tonnellate all’anno, pari all’8% della produzione globale, e oltre il 90% di questo alluminio viene esportato proprio attraverso Hormuz. Una sua interruzione avrebbe effetti immediati sui mercati e sui prezzi: già nelle prime ore di tensione, il metallo ha registrato un rialzo del 3,8%, a 3.315 dollari per tonnellata, accelerato anche dalla sospensione della produzione di GNL da parte di QatarEnergy, essenziale per alimentare le fonderie.
La produzione di alluminio è infatti estremamente intensiva dal punto di vista energetico. Trasformare la bauxite in metallo richiede quantità enormi di energia, e negli ultimi dieci anni gli investimenti nelle regioni del Golfo hanno creato infrastrutture capaci di trasformare il minerale in alluminio finito. Se lo stretto venisse bloccato e le compagnie assicurative rifiutassero di coprire il rischio di transiti in aree belliche, non solo mancherebbe carburante e gas, ma l’industria europea si troverebbe a corto di materia prima essenziale per automotive, edilizia e imballaggi alimentari, anche se le scorte nei paesi consumatori permetterebbero di tamponare la crisi solo temporaneamente.
Impatto sull’industria e sull’automotive
La carenza di alluminio potrebbe generare tensioni simili a quelle già vissute con la crisi dei chip. Nel settore automobilistico, ad esempio, l’alluminio rappresenta almeno il 15% del peso di una vettura, e una carenza prolungata influirebbe su produzione e costi. Le fonderie del mondo erano già sotto pressione a causa del taglio della produzione cinese, delle sanzioni alla Russia e dei costi energetici elevati che hanno determinato la chiusura di diversi impianti. Lo scenario attuale rende ancora più concreta la possibilità di uno shock produttivo globale.
L’allarme della Face
La Federation of Aluminium Consumers in Europe (Face) ha ribadito la gravità della situazione:
“Fin dal primo attacco in Iran nel luglio 2025, abbiamo lanciato un allarme profetico sui rischi geopolitici legati all’approvvigionamento di alluminio, una criticità che oggi si manifesta in tutta la sua gravità. La nostra sovranità economica è minacciata da una dipendenza strutturale insostenibile che ci vede costretti a importare dall’estero oltre l’87% dell’alluminio primario necessario per alimentare le nostre filiere”.
Secondo la Face, nel 2025 l’Unione Europea ha importato dal Golfo circa 900.000 tonnellate di alluminio, una quantità equivalente all’intera produzione domestica europea di metallo primario.
“Abbiamo sostanzialmente appaltato la nostra sicurezza industriale a rotte marittime fragili e zone ad alto rischio geopolitico, come lo Stretto di Hormuz”, sottolinea la federazione, ricordando che il fabbisogno annuale europeo di alluminio supera le 7 milioni di tonnellate.
Le tensioni belliche non sono solo problemi logistici, ma vere e proprie minacce alla competitività dei trasformatori europei. Quando le assicurazioni sui rischi di guerra iniziano a ritirarsi, sottolinea la Face, l’approvvigionamento smette di essere una questione di prezzo e diventa una questione di disponibilità fisica della materia prima. La federazione ribadisce quindi l’urgenza di mantenere aperte tutte le opzioni di approvvigionamento, eliminare restrizioni e dazi sul consumo interno e considerare l’alluminio una priorità di sicurezza nazionale. Solo così, secondo la Face, sarà possibile garantire un futuro alla transizione ecologica e alla manifattura europea.
Una catena di crisi a effetto domino
Il blocco dello Stretto di Hormuz minaccia dunque di generare una vera reazione a catena globale: non solo rincari energetici e carenza di gas e petrolio, ma anche crisi dell’industria, dell’auto, dell’edilizia e della logistica alimentare.