Cronaca
Caso archiviato

Siete vittime degli haters? Sperate di non abitare a Belluno, perché la rete della procura "non consente l'accesso a Facebook"

Assia Belhadj, mediatrice culturale 37enne nata in Algeria ma che vive da oltre 16 anni in in Veneto, è stata oggetto di insulti razzisti e minacce per via della sua religione. Ma poteva essere una ragazzina vittima di discriminazioni sessuali o un ragazzo disabile, poco importa.

Siete vittime degli haters? Sperate di non abitare a Belluno, perché la rete della procura "non consente l'accesso a Facebook"
Cronaca 06 Novembre 2021 ore 17:20

Verrebbe da dire: cose che succedono solo in Italia... E invece no, altrove purtroppo accede probabilmente anche di peggio, ma è una magra consolazione. Perché in questa vicenda si rasenta l'assurdo a tal punto che sembra di raccontare una barzelletta.

Prendete una donna vittima di insulti e minacce razziste sui social network.

Ma poteva essere una ragazzina vittima di discriminazioni sessuali o un ragazzo disabile messo alla gogna per via della sua sfortunata condizione da parte dei "soliti" leoni da tastiera, poco importa.

Perché in questo caso l'inconcepibile è che è impossibile perseguire gli haters, in quanto la Procura non è in grado di procedere poiché "la rete in uso all'ufficio non consente l'accesso a Facebook".

Sembra uno scherzo, invece è la motivazione messa in calce all'archiviazione disposta nei confronti del caso di Assia Belhadj, mediatrice culturale 37enne nata in Algeria ma che vive da oltre 16 anni in provincia di Belluno, in Veneto, e che è stata oggetto di insulti razzisti e minacce per via della sua religione.

Tra l'altro un personaggio pubblico: l'attivista per i diritti umani è stata presa di mira su Facebook proprio dopo essersi presentata come candidata alle ultime elezioni regionali con la lista “Il Veneto che vogliamo”.

Insulti sui social ad Assia, candidata col velo

Come racconta Prima Belluno, all’epoca aveva pubblicato sui social una sua foto con il velo musulmano e in pochissimi giorni aveva ricevuto moltissimi insulti, diffamazioni a sfondo razziale e anche minacce.

Assia ha denunciato tutto e si era rivolta all’avvocato Enrico Rech per sporgere denuncia. Purtroppo però non è servito a nulla. Il giudice si è pronunciato a favore dell’archiviazione. La motivazione? Secondo il pm non è possibile risalire all’identità delle persone che l’hanno insultata, nemmeno alla reale pubblicazione dei commenti e che "la rete in uso all'ufficio non consente l'accesso a Facebook".

“Il mio percorso in Italia non è stato facile”

Delusa Assia Belhadj ha deciso di affidare ai social il suo sconforto:

“Cara Povera Italia...
Oggi vorrei condividere un post che sia un po' diverso dal solito per diversi motivi, ma prima vorrei fare una breve presentazione su di me.
Sono Assia Belhadj italo-algerina sono più di sedici anni che sono in Italia sono cittadina italiana, mamma di figli che sono nati in Italia (italiani) faccio la mediatrice interculturale da più di dieci anni, sono anche un attivista per i diritti umani (donne) mi sono occupata in questi dieci anni anche del dialogo interreligioso della conoscenza reciproca del integrazione e ho cercato sempre di creare ponti per superare gli stereotipi e le paure, tutto ciò mi ha portato a scrivere un libricino che ho chiamato "#oltrelhijab, una donna da straniera a cittadina" Un libro che invita ad andare oltre l'aspetto fisico delle persone (velo) dove ho raccontato anche la mia esperienza da donna musulmana in una società occidentale, so che non si può considerare un Grande libro, ma per me lo è perché ho dovuto imparare la lingua italiana da zero essendo madre lingua araba. Non è stato un percorso facile ma l'ho voluto fare sentendo la responsabilità verso me stessa e la società in cui vivo, non è un grande libro ma lo è per me perché racconta la mia storia da donna; si può chiamare anche libro umano perché ci potrebbe aiutare a ritrovare i nostri valori di esseri umani, superando l'egoismo, la superiorità e la superficialità che il mondo impone tutt'oggi”.

Assia Belhadj ha poi sottolineato:

Il mio percorso in Italia non è stato per niente facile ma ho cercato sempre di essere a favore della società nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che ho trovato in questo cammino.
Mi è stato detto spesso che non funzionerà, che era una perdita di tempo, ma non ho mai li ho mai ascoltati. Oggi ho capito che avevano ragione!
Ho sempre lavorato in modo da aiutare gli altri, avere giustizia, sia nel campo sociale che giuridico (mi sono prestata come interprete in Tribunale).
Oggi ho capito che non ho creduto loro perché non lo stavo vivendo sulla mia pelle.
Condivido tutto ciò perché nei giorni scorsi è stata confermata l'archiviazione da parte del giudice della vicenda sui messaggi di insulti minacce e diffamazioni a sfondo razziale ricevuti a seguito della mia candidatura nelle elezioni regionali l'anno scorso Dopo più di otto mesi di attesa, così si conferma l'archiviazione di 2 vicende, discriminazione al lavoro e dei messaggi razziali durante le elezioni regionali”.

Opporsi non è servito…

Nel post social Assia Belhadj prosegue spiegando:

Chi doveva decidere ha deciso che le più di 100 persone che si sono permesse di offendermi, prendermi in giro, minacciarmi, deridere me e la mia religione, chiamare 'straccio' il velo che porto, dirmi che mi devo curare, associare la mia persona all'isis, darmi della medievale, eccetera, non possono essere processate perché non si riesce a risalire alla loro identità e non si riesce a risalire alla data di pubblicazione dei post (seppure ho denunciato che sono stati pubblicati nei 15 giorni successivi alla mia candidatura).
A nulla è servito oppormi alla iniziale richiesta di archiviazione del PM. Non è servito fare notare come la Procura ha scritto che non riescono a fare indagini sui profili Facebook perché "la rete in uso all'ufficio non consente l'accesso a Facebook" e che in passato queste indagini venivano svolte da personale che usava il proprio computer privato e il proprio profilo Facebook personale. E a nulla è servito spiegare al Giudice come ogni profilo Facebook debba indicare un indirizzo email al momento di iscriversi e che bastava forse cercare a chi appartenevano questi indirizzi per trovare chi pubblicava su Facebook quelle bestialità”.

E prosegue:

“Pensavo che nel 2021 fosse una operazione banale nella sua semplicità.
Ma è stato deciso di non fare questo approfondimento.
Vorrei condividere con voi questa grande delusione per quello che vedo come un'ingiustizia di un paese cosiddetto di diritti, europeo, moderno e civile.
Oggi mi sento "straniera" in tutti i sensi, una parola con cui mi hanno sempre etichettato e che ho sempre rifiutato.
Vi confermo che prima ero come una batteria nuova perché c'era sempre speranza, che mi spinge sempre per andare avanti, ma oggi con questa delusione la mia batteria è danneggiata ad un punto di non ritorno
Mi auguro che il mio messaggio arrivi al Presidente della Repubblica #SergioMattarella come gli è arrivato il mio libro con conseguente risposta e chiedo: come si può continuare a vivere in un paese che non ci garantisce giustizia, come si può parlare dell'integrazione prima di garantire diritti e giustizia alle persone, come si può continuare ad essere cittadini attivi a favore della loro società se questo paese non garantisce giustizia
Perché la giustizia in qualsiasi società ci dà fiducia! negando questa giustizia si distrugge la fiducia nelle istituzioni!
Perché la giustizia è quella che ci da forza è speranza all'individuo per andare avanti, a resistere nella vita.
Non ho avuto giustizia, almeno fate arrivare la mia voce!”.