Maxi truffa

Marche, inchiesta su ricostruzioni post sisma del 2016: ipotizzate infiltrazioni mafiose negli appalti

Indagine della Guardia di Finanza coordinata dalla DDA della Procura di Ancona: presunti collegamenti con ’ndrangheta e clan dei Casalesi. Otto arresti, 51 indagati e 17 società coinvolte

Marche, inchiesta su ricostruzioni post sisma del 2016: ipotizzate infiltrazioni mafiose negli appalti
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Lo scorso 22 ottobre 2026, la Guardia di Finanza ha comunicato un’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Ancona nominata “Ricostruzione“. Come si legge nella nota stampa diffusa sul canale ufficiale delle Fiamme Gialle, si tratta di un’indagine su presunte frodi negli appalti per la ricostruzione privata dopo il terremoto del 2016 nelle Marche e su ipotesi di corruzione negli appalti pubblici.

L’inchiesta, che ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per otto persone, ipotizza anche infiltrazioni della criminalità organizzata di stampo mafioso, con collegamenti riconducibili alla ’ndrangheta calabrese e al clan dei Casalesi.

Il provvedimento è stato eseguito dalla Guardia di Finanza di Ancona nelle province di Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza. Oltre agli otto arresti, il giudice per le indagini preliminari ha disposto interrogatori preventivi per altri cinque indagati.

Sono stati inoltre sequestrati beni per oltre 57 milioni di euro e tre società, mentre sono state effettuate più di 50 perquisizioni e acquisizioni documentali nei confronti di pubblici ufficiali, enti pubblici, professionisti e imprenditori.

Le indagini, condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Ancona con il coordinamento della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 51 persone fisiche e all’individuazione di 17 società.

 

Presunti rapporti con la ’ndrangheta

Uno dei filoni investigativi riguarda un imprenditore edile che, secondo gli investigatori, avrebbe avuto rapporti risalenti con ambienti della ’ndrangheta calabrese in provincia di Reggio Calabria.

Quest’ultimo si sarebbe insediato a Sassoferrato, nell’Anconetano, alla fine degli anni Novanta, affermandosi successivamente come imprenditore nelle Marche. Le sue società sarebbero state utilizzate come subappaltatrici nei cantieri della ricostruzione post sisma del 2016 e, secondo l’accusa, per alimentare un sistema di fatture false per circa 8 milioni di euro.

Il meccanismo avrebbe previsto il pagamento delle fatture e la successiva restituzione in contanti di parte delle somme. Una quota del denaro sarebbe stata trasferita a due esponenti delle cosche reggine. Il Gip ha riconosciuto, in questa condotta, l’ipotesi di frode fiscale aggravata dalla finalità di agevolare le associazioni mafiose.

Sono contestati, tra gli altri, reati tributari e societari, oltre a ipotesi di bancarotta fraudolenta.

La frode nei cantieri del sisma

Il secondo filone riguarda un presunto sistema finalizzato a ottenere indebitamente i finanziamenti pubblici destinati alla ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto del 2016.

Al centro dell’indagine figura un imprenditore marchigiano che, pur disponendo di una forza lavoro ritenuta insufficiente rispetto al numero degli appalti acquisiti, avrebbe consolidato una posizione dominante nel settore attraverso il ricorso sistematico al subappalto di manodopera.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’imprenditore si sarebbe avvalso di società formalmente intestate a prestanome, ma riconducibili a soggetti che non avrebbero potuto partecipare agli appalti per la presenza di cause ostative o per i legami con ambienti criminali.

La nota stampa riferisce che da un lato sarebbe stato favorito il rapporto con l’imprenditore marchigiano, le cui attività erano sottoposte a procedure di liquidazione giudiziale e presentavano una rilevante esposizione debitoria nei confronti dell’erario. Dall’altro sarebbero state coinvolte società riconducibili a soggetti che, secondo l’accusa, sarebbero contigui al clan dei Casalesi.

Le imprese sarebbero state formalmente intestate a prestanome, mentre la gestione effettiva sarebbe rimasta in capo ai soggetti indagati. Questo sistema avrebbe consentito di aggirare i controlli antimafia e le regole per l’accesso agli appalti e ai subappalti della ricostruzione privata.

Il ruolo dell’imprenditore-cerniera

Secondo l’impostazione accusatoria recepita dal Gip, il primo imprenditore avrebbe svolto un ruolo di collegamento tra l’economia formalmente legale e le imprese riconducibili o vicine a contesti mafiosi. Gli investigatori lo definiscono un “imprenditore-cerniera”, in grado di favorire l’ingresso di soggetti gravati da cause ostative o legati alla criminalità organizzata nel circuito degli appalti pubblici.

Attraverso la propria società, l’imprenditore avrebbe assunto il ruolo di appaltatore, incassando i fondi del cosiddetto “SAL 0”, l’anticipazione pari al 20% del valore dei lavori riconosciuta sulla base del semplice insediamento del cantiere. Una parte consistente degli interventi sarebbe stata poi trasferita, attraverso subappalti ritenuti non genuini, alle imprese riconducibili agli altri indagati.

La ricostruzione investigativa evidenzia una convergenza di interessi economici: da una parte la necessità dell’appaltatore di acquisire liquidità e massimizzare i profitti, dall’altra la disponibilità delle ditte subappaltatrici a garantire manodopera per i cantieri.

Duecento milioni di appalti

L’importo complessivo dei contratti di appalto interessati dal presunto sistema illecito è stato quantificato in circa 200 milioni di euro. Secondo gli investigatori, le risorse pubbliche sarebbero state assegnate in violazione delle condizioni previste per l’erogazione dei contributi destinati alla ricostruzione, finanziati attraverso il meccanismo del finanziamento agevolato assistito dalla garanzia dello Stato e gestito da Cassa Depositi e Prestiti.

Il profitto illecito stimato per la società appaltatrice ammonterebbe a circa 39 milioni di euro, corrispondenti all’anticipazione del 20% sui contratti, mentre quello attribuito alle società subappaltatrici sarebbe pari a circa 18 milioni.

Il Gip ha riconosciuto l’ipotesi di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e, nei confronti di alcuni indagati, l’aggravante della finalità di agevolare il clan dei Casalesi. Contestata anche la fittizia intestazione di società, partecipazioni e cariche sociali per eludere la normativa antimafia.

Le presunte tangenti negli appalti

Un terzo filone dell’inchiesta riguarda presunti episodi di corruzione e turbativa delle procedure pubbliche nel settore della sanità e dell’edilizia universitaria nelle Marche. Gli approfondimenti avrebbero permesso di individuare un presunto comitato d’affari composto soggetti inseriti in ambienti istituzionali e amministrativi regionali e universitari.

Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe costituito una struttura stabile di intermediazione illecita, sfruttando relazioni con pubblici ufficiali e centri decisionali per orientare le gare, indirizzare i finanziamenti e ottenere vantaggi economici.

Un ruolo centrale sarebbe stato svolto da una figura che aveva ricoperto un incarico amministrativo di vertice nella Regione Marche. La sua posizione avrebbe consentito al gruppo di incidere sulle procedure e sugli appalti, anche attraverso la divulgazione di informazioni riservate coperte dal segreto d’ufficio.

Per le condotte contestate, quest’ultimo avrebbe ricevuto utilità per un valore complessivo di circa 105.000 euro: almeno 60.000 euro in contanti e altri 45.000 euro sotto forma di lavori di ristrutturazione edilizia.

Studentati e strutture sanitarie

Le procedure finite al centro dell’indagine avrebbero riguardato appalti e affidamenti per un valore complessivo superiore a 150 milioni di euro. Alcuni sarebbero stati perfezionati, altri sarebbero rimasti in corso o soltanto programmati.

Tra le vicende contestate figura l’acquisto di un ex monastero danneggiato dal terremoto del 2016, destinato a diventare uno studentato universitario. Secondo l’accusa, l’operazione sarebbe stata favorita da una dazione di 250.000 euro.

L’immobile, acquistato prima del sisma per circa 2 milioni di euro e rivenduto nel 2024 per oltre 3,3 milioni, sarebbe stato successivamente ristrutturato con finanziamenti del Ministero dell’Università e della Ricerca e dell’Ufficio speciale per la ricostruzione, per un importo complessivo di circa 12 milioni. I lavori, appaltati per circa 6 milioni di euro, sarebbero stati subappaltati. L’imprenditore avrebbe inoltre promesso al gruppo una somma pari al 2% del valore dell’appalto, cioè 120.000 euro.

Un’altra procedura riguardava la ristrutturazione e l’ampliamento di un ex immobile militare ad Ancona, da destinare a residenza universitaria, per un valore di circa 6 milioni di euro. L’assegnazione a una società sarebbe stata finalizzata, secondo l’ipotesi investigativa, a evitare un eventuale ricorso.

Tra le altre vicende figurano l’autorizzazione e l’accreditamento di una residenza sanitaria assistenziale a Rapagnano, in provincia di Fermo, la proroga fino al 2037 di un contratto di multiservizi tecnologici ed energetici per la sanità e l’affidamento del servizio energia e manutenzione dell’ospedale Torrette di Ancona.

Le ultime tre procedure non sarebbero state perfezionate. Il Gip ha riconosciuto, in relazione alle vicende contestate, le ipotesi di corruzione e, per la procedura relativa all’immobile destinato a studentato, anche quella di turbata libertà degli incanti.

Le indagini sull’Università di Camerino

Un ulteriore filone riguarda le procedure di appalto indette dall’Università di Camerino, in provincia di Macerata, e coinvolge funzionari dell’Ufficio tecnico dell’ateneo. Secondo gli investigatori, avrebbero ricevuto denaro e altre utilità in cambio dell’esercizio delle proprie funzioni e dei propri poteri nell’ambito delle gare.

Anche in questo caso sarebbero stati favoriti accordi corruttivi. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito flussi finanziari tracciati per circa 350.000 euro, giustificati attraverso fatture per operazioni inesistenti e utilizzati, secondo l’accusa, per corrispondere le somme illecite.

Per queste vicende, tuttavia, l’autorità giudiziaria di Ancona si è dichiarata territorialmente incompetente.

Cinquantuno indagati e sequestri

Nel complesso risultano indagate 51 persone fisiche e sono state individuate 17 società. Le contestazioni comprendono reati tributari e societari, truffa ai danni dello Stato, intestazioni fittizie aggravate dalla finalità mafiosa, reati contro la pubblica amministrazione e condotte di riciclaggio.

Il provvedimento di sequestro preventivo, anche per equivalente, riguarda un profitto di 56.802.639,57 euro in relazione all’ipotesi di truffa aggravata. Il sequestro ha interessato prioritariamente i crediti maturati nei confronti dello Stato nell’ambito della ricostruzione privata. A questi si aggiungono 257.200 euro relativi all’ipotesi di corruzione contestata a due imprenditori maceratesi.

Sono state inoltre sottoposte a sequestro impeditivo tre imprese: due sarebbero state utilizzate come schermo per le fatturazioni legate alla corruzione di pubblici ufficiali, mentre una sarebbe stata impiegata per il subappalto illecito di manodopera.

Presunzione di innocenza

Le misure cautelari sono state disposte dal Gip del Tribunale di Ancona nella fase delle indagini preliminari e possono essere impugnate secondo le modalità previste dalla legge.

Come precisato dalla Guardia di Finanza, nel rispetto del principio della presunzione di non colpevolezza, la responsabilità penale delle persone coinvolte potrà essere considerata definitivamente accertata soltanto in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna.