“Non odio. Il mio cuore ha perdonato. Il mio corpo no“.
In questa frase, affidata nei giorni scorsi a una lettera pubblica, c’è tutta la distanza tra ciò che Davide Simone Cavallo sente e ciò che Davide Simone Cavallo dovrà continuare a vivere.
Ventidue anni, studente della Bocconi, la notte del 12 ottobre 2025 è stato aggredito in corso Como, a Milano, da un gruppo di cinque giovani, due maggiorenni e tre minorenni. Un pestaggio, una rapina, poi le coltellate. Per 50 euro. Le ferite gli hanno provocato una lesione midollare e conseguenze permanenti.
L’abbraccio in aula
La scena più inattesa è arrivata ieri, 20 maggio 2026, al processo, davanti al gup Alberto Carboni. Dopo la sentenza, Davide ha abbracciato i due imputati maggiorenni.
Alessandro Chiani, ritenuto responsabile di tentato omicidio e rapina pluriaggravati, è stato condannato a 20 anni di carcere; Ahmed Atia, indicato come il giovane che faceva da “palo”, ha ricevuto una pena di 10 mesi per omissione di soccorso. Per gli altri tre ragazzi, minorenni all’epoca dei fatti, procede un iter separato davanti al tribunale per i minori.
Davide, davanti ai suoi aggressori, non ha cercato vendetta. Ha pianto, li ha stretti, ha detto parole che pesano più di qualunque arringa:
“Vi auguro un futuro migliore”.
Secondo quanto riportato dopo l’udienza, avrebbe anche manifestato sorpresa per la severità della pena più alta. I suoi familiari, invece, hanno espresso uno stato d’animo diverso: la condanna a 20 anni, hanno spiegato, ha rimodulato il loro senso di giustizia.

Perdono non significa cancellare
Davide ha scelto di non consegnare la propria vita all’odio. Ma quella notte gli ha lasciato addosso una frattura fisica e simbolica: una Milano centrale, luminosa, attraversata dalla movida, trasformata in pochi minuti in teatro di una violenza cieca.
Il caso ha colpito anche perché gli aggressori erano giovanissimi. Non un crimine maturato in un contesto criminale strutturato, ma una dinamica da branco: la ricerca della preda, l’euforia del gruppo, la sproporzione assoluta tra il bottino e il danno inflitto. In questo senso, la vicenda di corso Como non è solo cronaca giudiziaria. È una domanda aperta sulla violenza giovanile, sul coltello come oggetto ordinario, sulla perdita del limite.
Da Milano a Taranto: l’ombra del branco
Il caso milanese arriva in settimane segnate da altri episodi simili. In Puglia, a Taranto, ha scosso l’opinione pubblica l’omicidio di Bakari Sako, 35 anni, bracciante originario del Mali. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato accerchiato e aggredito da un gruppo di giovanissimi. RaiNews ha riferito del fermo di un sesto componente della banda, un 22enne, dopo i primi cinque provvedimenti nei confronti di un 20enne e quattro minorenni tra i 15 e i 16 anni.

Uno dei minorenni, 15 anni, ha confessato di aver sferrato le coltellate, dicendosi “profondamente dispiaciuto” e sostenendo di aver agito per “difendere i miei amici”. Ma attorno a quell’omicidio resta un quadro inquietante: gli investigatori hanno valutato anche il contesto di una possibile aggressione a sfondo razzista, con messaggi e contenuti social che avrebbero accompagnato la vicenda.
Non episodi isolati
Negli stessi giorni, altre storie hanno raccontato la stessa fragilità del confine tra lite, sfida, provocazione e tragedia. A Prato, un 23enne è stato accoltellato dopo essere intervenuto per difendere una collega da molestie: due persone sono state fermate, una delle quali minorenne.
A Napoli, un 14enne è finito in rianimazione dopo essere stato colpito all’addome da un 15enne: secondo le prime ricostruzioni, all’origine ci sarebbe stato uno sguardo o un like di troppo a una ragazza. A Massa, ad aprile, Giacomo Bongiorni, 47 anni, è morto dopo essere stato aggredito da un gruppo di giovani davanti al figlio undicenne.

Sono fatti diversi, con responsabilità e contesti diversi. Ma insieme compongono una mappa preoccupante: aggressioni di gruppo, età sempre più basse, uso del coltello, incapacità di fermarsi prima del punto di non ritorno.
La lezione difficile di Davide
L’abbraccio di Davide non è una favola edificante. È un gesto adulto dentro una storia feroce. Non assolve, non minimizza, non chiede indulgenza automatica. Dice piuttosto che la giustizia deve fare il suo corso, ma che una società non può accontentarsi della sola condanna. Deve chiedersi perché ragazzi di 15, 16, 18 anni arrivino a considerare normale colpire, filmare, vantarsi, fuggire, non soccorrere.
Il suo abbraccio costringe tutti a guardare dove spesso si preferisce abbassare gli occhi, dentro l’educazione mancata, la rabbia senza linguaggio, la violenza che diventa identità di gruppo. Milano è il punto di partenza. Ma la domanda riguarda tutto il Paese.