Il cadavere di Pamela Genini – la modella bergamasca di 29 anni vittima di femminicidio a Milano lo scorso 15 ottobre 2025 per mano dell’ex compagno Gianluca Soncin – è stato decapitato, e la testa è stata trafugata, nel cimitero di Strozza, il paese della Valle Imagna dove era nata e cresciuta. La notizia è stata data nel corso della trasmissione ‘Dentro la notizia’, su Canale 5.
Il feretro doveva essere trasferito dal loculo alla cappella di famiglia. Durante il trasferimento, gli operai cimiteriali si sono accorti che qualcosa non andava – viti saltate, silicone sui bordi – così hanno aperto la cassa e si sono trovati davanti il corpo privo della testa.
La Procura di Bergamo ha aperto un fascicolo per vilipendio di cadavere e furto del cranio, reati che prevedono una pena da due a sette anni, aumentata perché il fatto è stato commesso all’interno di un cimitero.
Chi può avere avuto interesse a farlo?
La notizia ha suscitato enorme scalpore nell’opinione pubblica. Soprattutto per via dell’apparente inspiegabilità del gesto.
Un gesto che presuppone un’articolata organizzazione, un alto tasso di rischio, quasi sicuramente la presenza di più persone, e che poteva benissimo passare inosservato: se non fosse stato per l’attenzione dei necrofori, il corpo privo di testa sarebbe stato semplicemente spostato e chissà quando ci si sarebbe accorti della mancanza.
Almeno due i macro-scenari possibili: che la profanazione abbia qualcosa a che fare con la sfortunata e terribile vicenda della giovane vittima di femminicidio, oppure che il capo della ragazza sia stato asportato per tutt’altre ragioni.

Un femminicidio che si poteva evitare
Pamela Genini era stata uccisa il 14 ottobre 2025 nel quartiere Gorla di Milano, vittima del suo ex compagno Gianluca Soncin. L’imprenditore originario di Biella era entrato nell’appartamento con una copia delle chiavi e l’aveva colpita con oltre trenta coltellate. I vicini avevano sentito le urla e chiamato il 112, ma l’aggressione era stata rapidissima. Soncin aveva poi tentato il suicidio, senza riuscirci, ed era stato fermato dalla polizia. Da allora Soncin è in carcere e si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere.
Modella e imprenditrice, Pamela viaggiava per il mondo, tra Montecarlo, Milano e Dubai. Tornava di tanto in tanto nella sua valle. Nel 2015 aveva partecipato alla terza puntata del reality “L’isola di Adamo ed Eva Italia”, condotto dall’ex parlamentare Vladimir Luxuria e in onda su Deejay Tv.
Aveva conosciuto Soncin nel marzo 2024, e nel giro di poche settimane si era trasferita a casa di lui.
Una Smirnova, madre di Pamela, ha detto agli inquirenti che non sapeva nulla delle violenze di Soncin nei confronti della figlia. E così anche il fratello Nicola.

La vittima del femminicidio si era confidata con alcune amiche e con quello che è sempre stato presentato come l’ex fidanzato, un imprenditore quarantenne di Sant’Omobono (alta Valle Imagna) che la sera del 14 ottobre era al telefono con Pamela proprio poco prima dell’assassinio e che contattò il 112 quando capì che la situazione stava degenerando.
“Non le permetteva di vedere le amiche, né di sentirle – ha raccontato agli inquirenti – Le faceva usare sostanze psicotrope. Lui l’ha tempestata di calci e pugni durante una lite, e ha cercato di buttarla dal balcone”.
La giovane era già stata aggredita nel 2024, a Cervia. Era tornata a casa e il giorno dopo si era recata all’ospedale di Seriate. Lì aveva spiegato di essere stata picchiata dal compagno. Nel referto di dieci righe, i sanitari scrissero infatti:
“Riferisce ieri sera aggressione fisica da parte del compagno non convivente Gianluca Soncin, buttata a terra e colpita alla testa con pugni, trascinata poi per i capelli per diversi metri. Inoltre ha lanciato oggetti addosso provocandole un trauma al IV dito mano dx”.
La ragazza disse anche che non era il primo episodio: di numerose minacce verbali e via sms parla il verbale. Tra le risposte di Pamela al questionario, anche il “sì” alla domanda se lui sarebbe stato in grado di ucciderla.
La mancata denuncia non ha permesso insomma alle Procure delle due province di attivare il “codice rosso” nei confronti del 52enne, né altre misure di prevenzione.

Le ipotesi investigative: un folle o il satanismo
Difficile stabilire un nesso logico tra questa triste vicenda e la profanazione nel cimitero di Strozza. Perché mai?
Che qualcuno abbia voluto agire “in nome” di Soncin appare irragionevole, nell’ipotesi di un ulteriore folle vilipendio nei confronti di una ragazza che mai avrebbe meritato quella fine. Ma da parte di chi, poi, se Soncin è in carcere?
Non si può escludere l’ipotesi di un folle solitario (più o meno, visto che difficilmente avrebbe potuto mettere in atto la profanazione da solo), un soggetto affetto da gravi disturbi psichici o da una forma di feticismo necrofilo, ossessionato dalla giovane o dalla sua vicenda (amplificata dalla sovraesposizione mediatica), o entrambe le cose. Quindi un “collezionista di ossa” a caccia di un “macabro trofeo” come in tante riproposizioni cinematografiche.
Forse meno probabile, ma non del tutto da escludere, anche la pista satanica. Di matti al mondo purtroppo ce ne sono fin troppi e il furto di parti anatomiche potrebbe far parte di qualche insensato rituale occulto. In questo senso, sempre la sovraesposizione mediatica potrebbe aver guidato la scelta fino a Strozza, rispetto ad altre infinite opzioni.

Gli inquirenti indagano un movente economico
L’alternativa è considerare la profanazione al cimitero di Strozza come un segnale, una sorta di avvertimento o intimidazione.
Ma la famiglia è rimasta abbastanza defilata nella vicenda del femminicidio, e poi c’è un particolare che cozza contro l’ipotesi della minaccia: come detto, la scoperta della profanazione sembra esser stata condita da una buona dose di casualità (affatto automatico, insomma, scoprirla). Un avvertimento sarebbe stato molto più esplicito, a logica.
Eppure, come riporta il nostro Prima Bergamo, gli inquirenti starebbero anche vagliando il più classico dei moventi alla base di qualsiasi crimine: quello economico.
Si parlerebbe, il condizionale è d’obbligo, di una ingente somma di denaro che Pamela avrebbe avuto sul conto corrente, ancora sotto sequestro dopo il delitto, e che non sarebbe interamente sua.

I familiari, infatti, dal mese successivo all’omicidio avrebbero cominciato a ricevere minacce da sconosciuti per riavere i soldi.
In questi termini, una pista a dir poco da mettere a fuoco.
Gli unici screzi di cui si sa la famiglia sia stata protagonista negli ultimi mesi, vedono al centro la cagnolina amatissima da Pamela. Una contrapposizione, poi rientrata, tra la madre della ragazza e Francesco Dolci, vale a dire la persona sempre presentata come ex fidanzato prima di Soncin. All’imprenditore della Valle Imagna, dopo il femminicidio, gli inquirenti affidarono la cagnolina, ma alcune settimane fa la famiglia ha sporto denuncia per riaverla (tra l’altro mettendo in discussione anche il legame fra il 40enne e Pamela, sostenendo che non avessero avuto alcuna relazione). Dolci poi ha restituito l’animale, a far da tramite era stata una troupe di Ore 14, la trasmissione Rai condotta da Milo Infante.