L’inchiesta sugli attentati attribuiti a Unabomber è giunta ufficialmente al capolinea. Il giudice per le indagini preliminari di Trieste, Flavia Mangiante, ha disposto l’archiviazione del procedimento, accogliendo la richiesta della Procura e rigettando l’opposizione presentata da una delle vittime. La decisione mette un punto fermo su una vicenda giudiziaria complessa, riaperta nel 2022 con l’obiettivo di individuare il responsabile della scia di terrore che ha colpito il Nord-Est per anni a cavallo del nuovo millennio.
La decisione del giudice sulle indagini genetiche
Il provvedimento di archiviazione segue l’esito della superperizia genetica discussa alla fine di ottobre. Gli esami scientifici non hanno riscontrato alcuna corrispondenza biunivoca tra il materiale genetico rinvenuto sui reperti e il profilo biologico delle 63 persone sottoposte ai test. Tra i profili analizzati figuravano anche quelli degli undici indagati finiti sotto la lente degli inquirenti durante l’ultima fase investigativa.
Il rigetto dell’opposizione e il caso di Porto Santa Margherita

Il verdetto del tribunale riguarda nello specifico l’opposizione alla richiesta di archiviazione formulata dal legale di un operatore sanitario di Mestre. Il professionista, vent’anni fa, subì la mutilazione di tre dita a causa dell’esplosione di un ordigno occultato in una bottiglia nel fiume Livenza. L’episodio specifico risale a sabato 6 maggio 2006 a Porto Santa Margherita, frazione di Caorle. Nonostante l’istanza di prosecuzione, il magistrato ha ritenuto gli elementi insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio.
La posizione di Elvo Zornitta e l’assenza di prove

L’ingegnere di Azano Decimo, assistito dai legali Maurizio Paniz e Paolo Dell’Agnolo, esce definitivamente di scena. Come sottolineato dalla difesa, il procedimento si è concluso in maniera “perfetta”, senza fare ricorso alla declaratoria di prescrizione, alla quale il professionista aveva espressamente rinunciato. Il termine prescrittivo sarebbe scattato il 6 maggio 2024. L’ordinanza sottolinea che non vi sono tracce riconducibili al tecnico friulano, né agli altri soggetti iscritti nel registro delle notizie di reato.
Insussistenza degli indizi materiali e dei video
Oltre ai risultati del DNA, il giudice ha valutato come irrilevanti altri elementi precedentemente considerati sospetti. Il ritrovamento di 48 capsule in plastica per alimenti nella residenza del tecnico è stato giudicato privo di valore probatorio, trattandosi di oggetti di comune diffusione commerciale. Parallelamente, è stata respinta la richiesta di acquisire filmati tratti da documentari televisivi prodotti da Rai e Sky, non ritenuti utili ai fini di una svolta processuale. Con questo atto, la magistratura triestina sigilla uno dei misteri più lunghi della cronaca giudiziaria italiana.
Inchiesta riaperta grazie a un giornalista
Un’accelerata a questa inchiesta riaperta era stata data nel 2024 dal giornalista Marco Maisano.
Qui il suo rammarico:
Maisano esaminando l’archivio della procura di Trieste si era accorto che alcune prove potevano ancora recare tracce di DNA dell’attentatore, tracce che in passato non erano state analizzate, ma che con le tecnologie odierne avrebbero potenzialmente potuto rivelare delle corrispondenze. Il DNA estratto dalle prove è stato confrontato con quello degli undici soggetti indagati: il responso, come per Garlasco, arriverà alla fine dell’incidente probatorio.
Dodici anni di incubo nel Nord-Est
L’attentatore seriale noto come “Unabomber” ha operato nel Nord-Est Italia tra il 1994 e il 2006. Fra Veneto e Friuli Venezia Giulia ha colpito ben 31 volte, in 7 casi causando feriti, anche gravi.

In Veneto ha colpito nelle province di Venezia (Portogruaro , Bibione, San Stino di Livenza e Caorle) e di Treviso (Livenza, Fagagne della battaglia e Motta di Livenza, oltre al capoluogo stesso).
I suoi attentati hanno generato una profonda psicosi e un’atmosfera di terrore nel Nord-Est tra il 1994 e il 2006. I suoi ordigni, spesso rudimentali ma efficaci, erano camuffati in oggetti comuni come ovetti Kinder, tubetti di maionese o barattoli di Nutella, e venivano lasciati in luoghi frequentati da persone, come spiagge, supermercati, cimiteri e luoghi pubblici.

Tutto questo ha diffuso un senso di vulnerabilità e incertezza e la paura era amplificata dall’assenza di rivendicazioni o di un chiaro movente. Le ferite fisiche, spesso gravi e permanenti (come mutilazioni), unita all’impatto psicologico di vivere con la costante minaccia, hanno lasciato un segno profondo nella popolazione colpita.