RITORNO IN AULA

Cascina Spiotta, si torna a processo 50 anni dopo: imputati tre ex brigatisti, tra cui Renato Curcio

I fatti risalgono al 4 giugno 1975, quando in uno scontro a fuoco persero la vita il carabinieri Giovanni D'Alfonso e la terrorista Margherita Cagol

Cascina Spiotta, si torna a processo 50 anni dopo: imputati tre ex brigatisti, tra cui Renato Curcio
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Nel palazzo di giustizia di Alessandria si è svolta la prima udienza del processo per lo scontro a fuoco alla Cascina Spiotta del 5 giugno 1975. Al vaglio della Corte di Assise è stata portata la morte del carabiniere Giovanni D'Alfonso, per la quale sono chiamati a rispondere, a vario titolo, tre ex brigatisti rossi, due capi storici dell'organizzazione, Renato Curcio e Mario Moretti, 84 e 79 anni, e il militante Lauro Azzolini, 79 anni.

Nel 2021 l'avvio delle indagini dopo l'esposto

Dopo aver ricevuto l'esposto con cui il figlio del militare, Bruno D'Alfonso, ha chiesto di dare un nome e un volto a un brigatista sfuggito alla cattura e mai identificato, la procura di Torino ha avviato nel dicembre del 2021. I magistrati ora ritengono che quel brigatista sfuggito sia Lauro Azzolini. Per Renato Curcio e Mario Moretti, entrambi non erano presenti alla Spiotta quel giorno, l'accusa è quella di concorso in omicidio in qualità di "esponenti apicali dell'organizzazione terroristica" e come mandanti del rapimento Gancia.

Uno scatto del processo del 25 febbraio 2025

Con le tecnologie moderne - vedi una mappatura dei luoghi in 3D realizzata con un drone - unite alle intercettazioni telefoniche e all'ampio archivio, gli inquirenti proveranno così a fare luce su quanto accaduto il 4 giugno del 1975. La difesa proverà ad annullare il rinvio a giudizio di Azzolini visto che fu prosciolto in istruttoria nel 1987 ma la sentenza andò perduta nell'alluvione del 1994. La sua difesa controbatte dicendo che un imputato non può essere giudicata due volte per lo stesso reato e gli atti del proscioglimento sono andati perduti. Curcio ha invece consegnato un lungo memoriale per spiegare che all'epoca dei fatti, essendo evaso da poco, non era in contatto con i compagni e non aveva ordinato il sequestro. Il focus resta comunque la morte di D'Alfonso.

Il processo 50 anni dopo i fatti

A 50 anni dai fatti di Cascina Spiotta - zona nei pressi del comune di Acqui Terme (provincia di Alessandria) - si riapre così una delle pagine del libro insanguinato degli anni di piombo. Nessuno dei tre imputati si trovava in aula, mentre tra i presenti c'è Bruno D'Alfonso, figlio di Giovanni, che nel dicembre del 2021 fece riaprire l'indagine con un esposto.

Uno scatto del processo del 25 febbraio 2025

La difesa di Azzolini ha affermato come non sia possibile affibbiargli l'aggravante del terrorismo perché al momento dei fatti non era mai stato discusso. Il pm sostiene invece che ci sono due sentenze della cassazione che indicano come questo tipo di aggravanti - in quel caso si parlava di mafia - possono essere introdotte.

La parte civile sostiene che le prove ci siano e inchioderebbero Lauro Azzolini, il quale essendo stato prosciolto in istruttoria potrebbe veder riaperto il processo nei suoi confronti. Le prove in questione sarebbero dei rilievi dattiloscopici (le impronte). I legali di Curcio e Moretti invece hanno affermato di credere che i loro assistiti siano stati chiamati solo per una questione mediatica. Si tornerà in aula l'11 marzo.

Cosa accadde a Cascina Spiotta nel 1975?

La Cascina Spiotta era il luogo in cui le Brigate Rosse avevano nascosto l'imprenditore vinicolo Vittorio Vallarino Gancia dopo averlo sequestrato il mattino del 4 giugno 1975. L'obiettivo del rapimento del figlio del proprietario dell'omonima casa vinicola, era quello di ottenere un riscatto con cui finanziare l'attività dell'organizzazione terroristica per la lotta armata.

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Il giorno successivo i sequestratori incaricati della detenzione dell'ostaggio furono scoperti dai Carabinieri, i quali individuarono il covo e intervennero. Dall'irruzione ne scaturì uno scontro a fuoco con l'impiego di armi automatiche e bombe a mano. A perdere la vita nella sparatoria furono l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e la terrorista Margherita Cagol, capo del nucleo brigatista e moglie di Renato Curcio. Rimasero gravemente feriti anche altri due carabinieri, tra cui il tenente Umberto Rocca che perse un braccio e un occhio. Vittorio Vallarino Gancia fu liberato incolume.

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