i rischi collaterali

Bambino con il “cuore bruciato”, l’allarme dell’esperto: “I trapianti non sono opinione da tv. Temo conseguenze burocratiche”

Il professor Comito: "Ho paura che qualche genio della politica sanitaria, che non ha mai messo piede in una sala operatoria, possa decidere di chiudere un Centro Trapianti. Magari per opportunità mediatica"

Bambino con il “cuore bruciato”, l’allarme dell’esperto: “I trapianti non sono opinione da tv. Temo conseguenze burocratiche”

Sulla tragedia, è questo termine è l’unico punto che troverà concordia, che ha investito il bambino di poco più di due anni al quale è stato trapiantato un cuore danneggiato – indagini sono in corso per verificare l’ortodossia delle pratiche di trasporto dell’organo, partito da Bolzano – il 23 dicembre 2025 al Monaldi di Napoli, è proiettata la partecipazione emotiva del Paese.

Una vicenda umana di proporzioni strazianti, che come un’ondata ormai irrefrenabile macina empatia e thrilling: nell’attesa di un lieto fine. Esattamente come fu per Alfredino Rampi.

Al di là della comprensibilissima e logica scelta dei genitori del piccolo di convogliare i riflettori sul dramma, al fine di ottenere quante più opportunità di “salvarlo”, mantenendo il più alta possibile l’attenzione mediatica, c’è un pragmatismo estremamente doloroso, dai connotati quasi spietati (ma soltanto per chi ancora si ostina a credere che la natura delle cose possa essere bianca o nera) con il quale è corretto fare i conti.

Bambino con il cuore bruciato: il punto di vista doloroso dell’esperto

Nelle scorse ore, Dagospia, ha pubblicato la disamina del professor Cosimo Comito, cardiologo fra i massimi esperti italiani nella prevenzione delle malattie dell’apparato cardiovascolare, nonché ex docente alla Sapienza di Roma.

“Ho vissuto professionalmente e umanamente ogni singola vicenda che ruota intorno ai trapianti di cuore. E quando dico “vissuto”, intendo esattamente questo: non studiato sui libri, non appreso in un convegno, ma vissuto sulla pelle dei pazienti e sulla mia. (…) La disperazione inumana dei genitori che assistevano, impotenti, mentre i loro figli morivano in attesa di un cuore che spesso – troppo spesso – non arrivava in tempo. L’impotenza assoluta. La loro. La nostra. Dei medici che, pur con tutto il bagaglio di conoscenze e competenze, non potevano fare altro che aspettare. E sperare”.

Bambino con il "cuore bruciato", l'allarme dell'esperto: "I trapianti non sono opinione da tv. Temo le conseguenze burocratiche"
Professor Cosimo Comito

Le dure regole dei trapianti: gli organi non coprono un terzo delle richieste

Iniziamo con il riconoscere valore al professionismo, all’esperienza, al comprendere le dure regole che sono alla base dei trapianti. 

“Per chi non è un tecnico del mestiere – e soprattutto per chi si permette di parlare di questi temi con leggerezza – è necessario comprendere alcuni punti fondamentali. Non opinioni. Fatti. L’inserimento in lista. Non è una decisione presa alla leggera da un singolo medico. Un’équipe di super specialisti – cardiologi, cardiochirurghi, immunologi – valuta ogni singolo caso e decide di inserire nella lista nazionale dei trapianti di cuore esclusivamente un paziente che non può essere trattato con nessuna terapia conosciuta. Nessuna. L’unica possibilità di sopravvivenza è la sostituzione fisica dell’organo malato”.

E ancora:

“Quando un paziente viene inserito in lista trapianti, la sua aspettativa di vita è inferiore ai sei mesi. Questa non è una stima approssimativa: è una sentenza matematica. Senza trapianto entro sei mesi, quel paziente morirà. Non “potrebbe morire”. Morirà. Il limite d’età. I pazienti devono avere meno di 65 anni. Non è crudeltà, è realtà: le donazioni non coprono nemmeno un terzo delle richieste. Quando devi decidere chi salvare, scegli chi ha più anni di vita davanti. È una scelta tremenda, disumana se vuoi, ma necessaria”.

Prendersi il carico emotivo di queste decisioni è una responsabilità pesante, soprattutto se si possiede una normale empatia:

“So cosa significa stare dall’altra parte del tavolo operatorio, con un camice e un bisturi. Ma so anche cosa significa guardare i propri figli dormire la notte e pensare “cosa farei se…”. Questa doppia prospettiva mi dà una lucidità brutale”, prosegue il professore.

Attenzione alle storture figlie dell’ondata mediatica

Ed eccoci al nocciolo, al rischio che paventa Comito:

“Ho paura che, al di là di come andranno a finire le vicende giudiziarie e mediatiche in corso, qualche genio della politica sanitaria, qualche amministratore che non ha mai messo piede in una sala operatoria, possa decidere, dall’alto della sua scrivania, di chiudere un Centro Trapianti. Magari per “precauzione”. Magari per “opportunità mediatica”. Magari per “riorganizzazione. Le conseguenze sarebbero matematiche e spietate. Molti bambini – e quando dico “molti” parlo di decine ogni anno – attualmente in lista d’attesa per un trapianto, morirebbero. Non in ospedale, circondati da medici e macchinari. No. Morirebbero a casa, nel loro lettino, nel silenzio assoluto dei media che avranno già dimenticato tutto, nella disperazione inimmaginabile delle loro famiglie. Bambini che avrebbero potuto vivere. Bambini che avrebbero potuto crescere, studiare, innamorarsi, costruire una vita”.

Un obbligo quindi, quando un tema è così complicato, spinoso, doloroso, è dare voce anche a  verità che sono un pugno in faccia – ma tutelanti per la collettività – per non fomentare il derby Gesù o Barabba… che poi si sa, ahinoi, come va a finire.

I trapianti di cuore non sono un’opinione. Non sono un argomento da talk show. Non sono materia per polemiche politiche o titoli sensazionalistici. Sono l’ultima speranza di vita per centinaia di persone ogni anno in Italia. E questa speranza non può essere spenta da chi non ha la competenza, l’esperienza e – mi permetto di dire – il diritto morale di farlo. Ho visto morire bambini che avrebbero potuto vivere se solo il cuore fosse arrivato un giorno prima. Ho visto famiglie distrutte. Ma ho anche visto miracoli: bambini che oggi sono adulti sani, che hanno figli loro, che vivono una vita normale. Tutto questo grazie a un sistema che funziona. Un’eccellenza italiana che il mondo ci invidia. Prima di parlare, prima di giudicare, prima di decidere: fermatevi. Chiedete a chi c’era. A chi c’è ancora. A chi ogni giorno salva vite che altrimenti andrebbero perse. Perché su questi temi – e lo dico con la massima chiarezza – la leggerezza e l’incompetenza non sono accettabili. Mai”, conclude Comito.