verso il riesame

Attentato a Ranucci, Lavitola resta in carcere: confermata aggravante del metodo mafioso

La richiesta di domiciliari è stata respinta dal giudice

Attentato a Ranucci, Lavitola resta in carcere: confermata aggravante del metodo mafioso

Resta in carcere Valter Lavitola, l’ex editore e imprenditore coinvolto nell’inchiesta sull’attentato ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci, ex conduttore di Report. Il giudice per le indagini preliminari di Roma ha respinto la richiesta della difesa di sostituire la custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, confermando la necessità della misura restrittiva.

La decisione arriva dopo l’interrogatorio di garanzia nel quale Lavitola aveva ammesso il proprio coinvolgimento come presunto mandante dell’azione, fornendo però una ricostruzione dei fatti che non ha convinto i magistrati. Secondo il gip, le sue dichiarazioni sarebbero state “fumose, assolutamente generiche e prive di indicazioni concrete suscettibili di riscontro”.

La posizione della difesa: “Voleva proteggerlo”

Al centro del confronto tra accusa e difesa c’è la versione fornita dallo stesso Lavitola. L’ex editore ha sostenuto che l’obiettivo non fosse colpire Ranucci, ma provocare un rafforzamento della sua protezione dopo le minacce ricevute.

Secondo quanto riferito agli inquirenti, Lavitola avrebbe spiegato di aver immaginato un’azione dimostrativa e non un attentato con finalità offensive. Una ricostruzione che la difesa considera coerente con il movente dichiarato, ma che la Procura e il gip hanno ritenuto non sufficientemente credibile.

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Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci

Gli avvocati dell’ex editore hanno annunciato il ricorso davanti al Tribunale del Riesame, puntando a ottenere una revisione della misura cautelare. La difesa ha contestato anche alcuni aspetti tecnici legati ai tempi e alla procedura della richiesta di scarcerazione.

Le accuse e il nodo del metodo mafioso

L’inchiesta della Procura di Roma ruota attorno all’attentato avvenuto nell’ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, nella zona di Pomezia, vicino alla Capitale. Agli indagati viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso, un elemento che incide sulla valutazione delle esigenze cautelari.

Secondo il gip, nonostante l’ammissione di responsabilità sul ruolo di mandante, restano attuali il rischio di inquinamento delle prove e il pericolo di fuga, anche in considerazione dei contatti e della rete di relazioni attribuita a Lavitola.

Il Riesame e le prossime mosse dell’inchiesta

La vicenda giudiziaria resta quindi aperta. La difesa ha portato il caso davanti al Tribunale del Riesame, chiamato a valutare se confermare la permanenza in carcere oppure accogliere la richiesta di una misura meno afflittiva.

Nel frattempo gli investigatori proseguono gli approfondimenti sui dispositivi elettronici e sui rapporti tra le persone coinvolte. Gli accertamenti dovranno chiarire la dinamica dell’organizzazione dell’attentato e il ruolo preciso attribuito a ciascun indagato.