La premessa è da far tremare le gambe, soprattutto per chi svolge o intende intraprendere la professione giornalistica. Ma – spoiler – la conclusione almeno non è così ferale quanto tutto il resto.
Scenario allucinante
In Cina potreste accendere la tv e imbattervi in un telegiornale decisamente poco “tradizionale”. A raccontare le notizie, un anchorman creato dall’intelligenza artificiale, che per altro ha anche messo in onda il servizio, premurandosi al contempo di mettere a frutto il lavoro a 360 gradi, ovvero elaborando versioni dello stesso contenuto in più lingue, aggiungendo sottotitoli e persino versioni per non udenti nel linguaggio dei segni e diffondendo la notizia anche sui social network attraverso clip o grafiche dedicate.
Fantascienza neppure immaginabile fino a un paio di anni fa.
Finora una “newsroom” per fare informazione a questo livello intrecciava una schiera articolata di figure professionali: redattori, supervisori, titolatori, montatori, social manager, creator digitali, grafici, traduttori e via dicendo.
Ora l’intelligenza artificiale cura la filiera dal produttore al consumatore quasi da sola.
Accade a Shanghai, nei laboratori di Yicai Media Group. E’ lì’ che si sfornano gli strumenti per Shangai Media Group, una vera “media company” che ha tutto al proprio interno, televisione, siti, piattaforme social e tutto l’occorrente per creare contenuti, dai data center alla manodopera, che è quasi internamente non umana, compresi gli anchor virtuali tridimensionali.
Retroscena “riparatore”
Tante le implicazioni di uno scenario simile, non solo occupazionali, ma anche etici e soprattutto – terra a terra – utilitaristici per il fruitore finale: come fidarsi del prodotto generato artificialmente?
Intanto, partendo dall’ultimo esempio, c’è da dire che gli avatar dei giornalisti sono, appunto avatar. In sostanza, il giornalista in carne e ossa continua ad esistere: produce un articolo, l’IA genera il voice over, sincronizza il labiale e crea persino una versione in lingua dei segni e in più lingue. Ogni servizio viene poi adattato alle diverse piattaforme digitali e infine “iniettato” dalla macchina nella Rete.
Ora, quanti numericamente siano gli umani in questa filiera non è dato sapere, ma non c’è ombra di dubbio che la redazione del futuro non conti lo stesso numero di redattori di prima… Quanto alla considerazione se lo stesso giornalista in questo ordine di cose mantenga anche la stessa centralità, resta da vedere.
Così giurano da SMG
I vertici di SMG giurano comunque:
“La fiducia resta legata all’essere umano”.
Ovvero, il certificatore finale della verità resta umano, l’automazione non sostituisce il giornalista. Anzi – dicono – semplifica il suo lavoro e gli consente di fare più smart working… La giustificazione è che quando l’anchor man non può andare in onda, entra in gioco l’avatar.
L’IA massimizza insomma la produzione, ma secondo i vertici di Ycai non è autorizzata a produrre autonomamente un intero articolo, perché – sostengono – se il pubblico percepisse che una notizia è interamente generata da AI, la credibilità diminuirebbe.
Non ci hanno proprio del tutto convinto.