Il futuro della medicina e il ruolo dei medici nell’era dell’Intelligenza Artificiale sono stati al centro dell’intervento del professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche Mario Negri, durante la cerimonia di consegna delle borse di studio della Fondazione Aiuti Ricerca Malattie Rare, tenutasi al Centro Congressi di Bergamo.

Il professore ha lanciato un messaggio chiaro: l’intelligenza artificiale (IA), per esempio nelle diagnosi, non deve essere temuta, ma può essere uno strumento fondamentale per supportare il lavoro del medico, che, grazie a questo ausilio, potrà dedicare più tempo alla cura del paziente e al rapporto umano, pilastri imprescindibili della professione medica.
L’intelligenza artificiale nelle diagnosi
Remuzzi ha fatto riferimento a uno studio del New England Journal of Medicine, che settimanalmente pubblica casi di diagnosi complesse confrontati tra medici di tutto il mondo.
“Oggi l’intelligenza artificiale supera il medico, e di molto, nel ragionamento clinico e nella capacità diagnostica” ha spiegato il direttore del Mario Negri.
Secondo i dati riportati, solo il 20% dei medici è arrivato a formulare una diagnosi corretta, mentre l’IA ha raggiunto l’85,5% di precisione nei casi analizzati.
Questi numeri, pur evidenziando l’efficacia dell’intelligenza artificiale nelle diagnosi complesse, non devono essere visti come una minaccia per la figura del medico, ma come un’opportunità per migliorare la qualità delle cure.
“Ogni anno nel mondo 2,6 milioni di persone muoiono a causa di diagnosi sbagliate, circa 7.000 al giorno. È impossibile per un medico, per quanto preparato, conoscere e trattare migliaia di malattie, a cui se ne aggiungono 250 nuove ogni anno” ha sottolineato Remuzzi, facendo leva sull’esigenza di avere strumenti tecnologici avanzati per supportare il medico nel suo lavoro.
IA come supporto, non sostituzione del medico
Per Remuzzi, l’Intelligenza Artificiale non deve sostituire il medico, ma essere un supporto straordinario per il lavoro clinico. La diagnosi è un atto complesso che richiede un giudizio umano, e mentre l’IA può analizzare dati biologici, chimici e clinici in tempi rapidi, “il vero nodo non è scegliere tra medico o macchina, ma capire come integrare l’IA senza delegarle l’atto medico, che resta una responsabilità clinica, etica e umana” ha precisato.
Gli algoritmi, infatti, funzionano sui dati, e se questi sono incompleti, distorti o non rappresentano tutta la popolazione, anche l’IA può commettere errori.
In questo senso, è fondamentale che l’IA venga utilizzata con consapevolezza critica, senza delegare la responsabilità a una macchina.
“Gli errori diagnostici vanno ridotti, certo, ma la risposta non può essere una delega tecnologica. L’intelligenza artificiale deve essere uno strumento nelle mani di medici formati” ha dichiarato il professore.
Formazione, regolamentazione e consapevolezza
Secondo Remuzzi, uno dei problemi principali nell’introduzione dell’IA nella medicina è che in molte aree del mondo la formazione dei professionisti sanitari è insufficiente e le risorse sono scarse. Per evitare che l’IA amplifichi le disuguaglianze, è necessario un investimento parallelo nella formazione dei medici e una regolamentazione adeguata.
“L’IA deve essere studiata a fondo, insegnata nei percorsi universitari e di aggiornamento, e utilizzata con una consapevolezza critica” ha ribadito Remuzzi, sottolineando l’importanza di un approccio equilibrato.
Il rapporto umano
Il professore ha evidenziato che, nonostante l’IA possa essere utilizzata per velocizzare il lavoro del medico, per esempio nell’analisi di dati complessi o nella redazione di documentazione amministrativa come le lettere di dimissione, la tecnologia non potrà mai sostituire il cuore della medicina, ovvero il rapporto umano con il paziente:
“Ciò che la tecnologia non potrà mai sostituire è proprio questo, il prendersi cura, il rapporto umano che resta al centro della professione”.

L’esperto ha concluso il suo intervento ricordando che molti medici temono l’intelligenza artificiale, invitandoli quindi a non vederla come una minaccia. Al contrario, l’IA è uno strumento che può essere di aiuto nel processo diagnostico, liberando tempo per concentrarsi maggiormente sulla relazione con il paziente, ascoltare le sue preoccupazioni, raccogliere informazioni cruciali che potrebbero sfuggire durante una visita frettolosa.
Equilibrio tra tecnologia e umanità
Il messaggio è chiaro: l’Intelligenza Artificiale deve essere un alleato della medicina, non un sostituto. Le tecnologie avanzate, se correttamente integrate, sono uno strumento utile per migliorare le diagnosi e ridurre gli errori medici.
Tuttavia, il medico resta insostituibile nel suo ruolo di giudice clinico e di cura del paziente, e il rapporto umano è ciò che distingue la medicina dall’automazione.