Arriva a Milano la prima condanna nell’ambito dei procedimenti giudiziari nati dalle denunce di Liliana Segre contro gli autori di insulti e messaggi d’odio diffusi sui social network.
Il Tribunale di Milano ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, uno degli imputati accusati di aver rivolto offese online alla senatrice a vita, sopravvissuta alla Shoah. L’uomo, l’unico in questo filone ad aver scelto il rito abbreviato, dovrà anche versare 1.500 euro di risarcimento, somma che Segre devolverà in beneficenza.
Il procedimento riguardava in tutto otto imputati e aveva al centro l’accusa di diffamazione aggravata dall’odio razziale per una serie di insulti via social rivolti alla senatrice. Segre si era costituita parte civile, assistita dall’avvocato Vincenzo Saponara.
Scuse, risarcimenti e lavori socialmente utili
La condanna non è l’unico esito del procedimento. Per un altro imputato la giudice Francesca Ghezzi, della sesta sezione penale, ha disposto la messa alla prova: dodici mesi di lavori di pubblica utilità alla Caritas, il versamento di 300 euro alla Fondazione Memoriale della Shoah e un percorso psicologico.
Altri imputati, già nelle precedenti udienze, avevano presentato lettere di scuse e versato somme al Memoriale della Shoah, da 500 a 2.000 euro. Questi passaggi hanno portato alla remissione delle querele e, per quelle posizioni, alla dichiarazione di “non doversi procedere”.
Il quadro restituisce una risposta giudiziaria articolata: da una parte la condanna penale per chi ha scelto di essere giudicato, dall’altra percorsi di responsabilizzazione, riparazione e utilità sociale per chi ha riconosciuto la gravità delle proprie condotte.
Una maxi inchiesta nata dalle denunce di Segre
Il processo chiuso a Milano è solo uno dei filoni della maxi inchiesta della Procura nata dopo le denunce della senatrice. L’indagine riguarda una lunga serie di messaggi offensivi, diffamatori e antisemiti comparsi online contro Segre.
Secondo quanto emerso, questo primo procedimento era passato anche dalla decisione del gip Alberto Carboni, nell’aprile 2025, dopo le opposizioni presentate dall’avvocato Saponara contro alcune richieste di archiviazione del pm Nicola Rossato. Un’altra tranche dell’inchiesta è attesa davanti al gup Fabrizio Filice il 1° ottobre.
Il messaggio che arriva dal Tribunale è netto: l’odio online non è una zona franca. Le parole pubblicate sui social non restano necessariamente confinate nello spazio digitale, soprattutto quando assumono la forma della diffamazione aggravata dall’odio razziale.
Segre, bersaglio dell’odio antisemita
Liliana Segre, nominata senatrice a vita nel 2018, è da anni bersaglio di insulti, minacce e messaggi antisemiti. Sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz, ha trasformato la propria testimonianza in un impegno civile contro l’indifferenza, il razzismo e il linguaggio dell’odio.

Negli ultimi mesi era stata lei stessa a raccontare il peso di questa violenza verbale. Durante un incontro al Memoriale della Shoah di Milano, Segre aveva parlato di un “mondo dell’odio” sempre più vasto e aveva citato i messaggi ricevuti anche a 96 anni, come “perché non muori?”.
Il confine tra libertà di espressione e odio
Il caso Segre riapre una questione centrale: dove finisce la libertà di espressione e dove comincia l’odio punibile? La critica, anche aspra, resta parte del confronto democratico. La diffamazione, le minacce, l’antisemitismo e il razzismo appartengono invece a un’altra categoria: quella delle condotte che ledono la dignità delle persone e alimentano un clima di violenza.
La prima condanna milanese indica che il web non cancella le responsabilità individuali. Scrivere da dietro uno schermo non rende meno gravi le parole e non attenua le responsabilità.