i dati

Polveri sottili, la corsa contro il 2030: sette città su dieci oltre i nuovi limiti

Stiamo migliorando, ma ciò che oggi è considerato "a norma" tra pochi anni potrebbe non esserlo più

Polveri sottili, la corsa contro il 2030: sette città su dieci oltre i nuovi limiti

A prima vista le notizie sono positive. Nel 2025 il limite annuale del PM10, fissato oggi a 40 microgrammi per metro cubo, è stato rispettato in tutte le regioni italiane e quello del PM2,5, attualmente pari a 25 microgrammi, quasi ovunque. Anche per il valore giornaliero del PM10, il 92% delle stazioni di monitoraggio è risultato in regola.

Il problema è che tra meno di quattro anni cambieranno radicalmente i parametri con cui misuriamo la qualità dell’aria. La nuova Direttiva europea 2024/2881, entrata in vigore il 10 dicembre 2024, impone infatti standard molto più severi che dovranno essere raggiunti entro il 1° gennaio 2030. Ed è applicando oggi quei valori che il quadro italiano cambia completamente.

Dal 2030 limiti dimezzati

Per il PM10, cioè le particelle con diametro inferiore a 10 micrometri, la media annuale consentita passerà dagli attuali 40 a 20 microgrammi per metro cubo.

Cambierà anche il limite giornaliero: dagli attuali 50 microgrammi, superabili per un massimo di 35 giorni all’anno, si passerà a 45 microgrammi e non più di 18 giorni di superamento.

Ancora più forte la stretta sul PM2,5, le particelle più piccole e considerate particolarmente insidiose per la salute: il limite medio annuale scenderà dagli attuali 25 a 10 microgrammi per metro cubo. Per la prima volta verrà introdotto anche un limite giornaliero di 25 microgrammi, superabile non più di 18 volte all’anno.

Anche per il biossido di azoto (NO2), legato soprattutto al traffico e ai processi di combustione, il limite annuale sarà dimezzato da 40 a 20 microgrammi.

Con le regole del 2030, sette città su dieci non passerebbero l’esame

Secondo l’analisi Mal’Aria di città 2026, elaborata sui dati del 2025, se i limiti europei del 2030 fossero già applicati oggi il 53% dei capoluoghi italiani, 55 città su 103, sarebbe oltre il nuovo limite annuale del PM10.

Per il PM2,5 il dato è ancora più netto: 68 città su 93, il 73%, presentano concentrazioni superiori ai 10 microgrammi previsti dal 2030.

Fra quelle più lontane dall’obiettivo per il particolato ultrafine figurano Monza, Cremona, Rovigo, Milano, Pavia e Vicenza. Per il PM10 le maggiori criticità riguardano invece Cremona, Lodi, Cagliari, Verona, Torino e Napoli.

Non significa che queste città siano oggi “fuorilegge”: i nuovi valori non entreranno in vigore prima del 2030. Significa però che la riduzione dell’inquinamento dovrà accelerare sensibilmente nei prossimi anni.

Le città fuori limite già oggi sono 13

Anche con le regole attuali alcune criticità restano. Nel 2025 sono state 13 le città che hanno superato per più di 35 giorni il limite giornaliero del PM10. Nel 2024 erano state 25: il miglioramento è quindi evidente, ma alcune situazioni rimangono particolarmente problematiche.

La maglia nera è andata a Palermo, con 89 giorni di superamento, seguita da Milano con 66, Napoli con 64 e Ragusa con 61. Seguono Frosinone, Lodi, Monza, Cremona, Verona, Modena, Torino, Rovigo e Venezia.

Anche ISPRA individua le principali aree problematiche nel bacino padano, nell’agglomerato Napoli-Caserta e nella Valle del Sacco, nel Frusinate, con criticità più circoscritte anche a Palermo e nella pianura venafrana.

Perché la Pianura Padana resta il punto debole

La concentrazione delle criticità nel Nord Italia non dipende soltanto dal traffico. La Pianura Padana è penalizzata dalla sua conformazione geografica: Alpi e Appennini limitano il ricambio delle masse d’aria e durante i periodi di alta pressione, soprattutto in inverno, gli inquinanti tendono ad accumularsi vicino al suolo.

A questo si aggiungono emissioni provenienti da traffico, riscaldamento degli edifici, attività industriali, agricoltura e allevamenti. ISPRA sottolinea inoltre come lunghi periodi di assenza di vento e precipitazioni possano favorire la permanenza del particolato nell’atmosfera. Non è quindi un problema risolvibile agendo su una sola fonte.

“Il Governo deve rafforzare le politiche per la qualità dell’aria, non indebolirle”, ha dichiarato il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti, chiedendo interventi su mobilità, edifici, industria e agricoltura.

L’Europa ha già fatto partire il conto alla rovescia

Il 2030 non è soltanto una data indicativa. La nuova direttiva stabilisce che già tra il 2026 e il 2029, nelle aree dove le concentrazioni risultano superiori ai futuri standard, gli Stati dovranno valutare se la traiettoria di riduzione sia sufficiente. Dove non lo sarà, dovranno predisporre specifiche roadmap per la qualità dell’aria.

Il problema non riguarda soltanto l’Italia. Nel 2024 oltre il 30% delle stazioni europee registrava concentrazioni di particolato superiori ad almeno alcuni dei nuovi standard previsti dal 2030.

Per l’Italia, però, il margine appare particolarmente ridotto in diverse zone densamente popolate e industrializzate.

E l’OMS chiede ancora di più

I nuovi limiti europei del 2030 saranno molto più severi degli attuali, ma resteranno comunque meno stringenti delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Per il PM2,5 l’Europa scenderà a 10 microgrammi per metro cubo, mentre l’OMS raccomanda una media annuale di appena 5 microgrammi.

Ed è proprio utilizzando le soglie OMS che la distanza diventa enorme: secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, nel 2024 soltanto 166 stazioni su 2.223 monitorate in Europa registravano livelli annuali di PM2,5 inferiori alla raccomandazione sanitaria. Oltre 9 europei su 10 risultano esposti a concentrazioni superiori ai valori indicati dall’OMS.

Perché le polveri sottili preoccupano tanto

Le dimensioni contano. Il PM10 può penetrare nelle vie respiratorie, mentre il PM2,5, molto più piccolo, può raggiungere in profondità i polmoni ed è associato a un aumento del rischio di malattie respiratorie e cardiovascolari. L’inquinamento atmosferico resta infatti, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, il maggiore rischio ambientale per la salute in Europa.

Nel 2023 nell’Unione europea sono state stimate circa 182.000 morti premature attribuibili all’esposizione al PM2,5 oltre il livello raccomandato dall’OMS. La cifra è diminuita fortemente rispetto al 2005, ma resta molto elevata.

Il paradosso dell’aria italiana è quindi questo: stiamo migliorando e oggi rispettiamo gran parte delle norme vigenti, ma ciò che oggi è considerato “a norma” tra pochi anni potrebbe non esserlo più.