La parità tra uomini e donne avanza, ma il traguardo resta lontano. A vent’anni dalla prima edizione del Global Gender Gap Report, il rapporto del World Economic Forum (Wef) registra il livello più alto mai raggiunto nella riduzione delle differenze di genere: il 69,2% del divario globale è stato colmato. Un progresso storico, ma ancora insufficiente: mantenendo il ritmo attuale, secondo il rapporto, serviranno circa 120 anni per arrivare alla piena parità.

Il documento analizza 145 economie attraverso quattro grandi aree: partecipazione economica e opportunità, istruzione, salute e sopravvivenza ed empowerment politico. Proprio quest’ultimo e il mondo del lavoro restano i settori dove il divario è più resistente.
Il record storico: mai così vicino l’obiettivo della parità
Il dato positivo arriva dal confronto di lungo periodo. Dal 2006, anno della prima rilevazione, il gruppo di 97 Paesi monitorati in modo continuativo ha migliorato il proprio livello di parità di 5,2 punti percentuali, raggiungendo il 69,4% di divario chiuso.
Il progresso riguarda quasi tutte le economie analizzate, ma con velocità molto diverse. I Paesi del Nord Europa continuano a guidare la classifica: al primo posto c’è ancora l’Islanda, con circa il 93% del divario colmato, seguita da Finlandia e Norvegia.

Il rapporto però mette in guardia: la crescita non è automatica. In alcune aree si registrano rallentamenti e arretramenti, soprattutto quando si passa dalla presenza femminile alla reale capacità decisionale.
I primi dieci in classifica sono:
1. Islanda – 93%
2. Finlandia – 87,2%
3. Norvegia – 85,7%
4. Namibia – 84,5%
5. Regno Unito – 84,2%
6. Nuova Zelanda – 82,8%
7. Svezia – 82,3%
8. Australia – 81,9%
9. Germania – 81,7%
10. Irlanda – 81,4%
Il gruppo di testa è caratterizzato soprattutto da Paesi che hanno raggiunto livelli elevati di partecipazione femminile al lavoro, sistemi di welfare strutturati e una maggiore presenza delle donne nei ruoli decisionali. La sorpresa è rappresentata dalla Namibia, che entra ai vertici grazie soprattutto ai risultati nella rappresentanza politica e nell’istruzione.
Nella parte finale della graduatoria si trovano invece Paesi dove il divario rimane molto ampio soprattutto per quanto riguarda accesso al lavoro, istruzione femminile, autonomia economica e partecipazione politica. Gli ultimi dieci posti sono occupati da:
136. Iran
137. Mali
138. Repubblica Democratica del Congo
139. Ciad
140. Niger
141. Yemen
142. Sudan
143. Pakistan
144. Afghanistan
145. Sudan del Sud
Questi Paesi presentano criticità molto diverse tra loro, ma il rapporto evidenzia come i principali ostacoli siano legati alla limitata partecipazione delle donne alla vita economica e politica, alle differenze nell’accesso all’istruzione e alle condizioni sociali che limitano le opportunità femminili.
Il nodo più difficile: il potere economico e politico
La fotografia del Wef mostra che il problema non è più soltanto l’accesso alle opportunità, ma la possibilità per le donne di arrivare ai livelli più alti.
Nel mondo del lavoro il divario resta significativo: l’area della partecipazione economica e delle opportunità è ferma al 61,7% di parità raggiunta. Nelle posizioni apicali la presenza femminile cresce, ma rimane lontana dall’equilibrio. Le donne occupano il 19,1% dei ruoli da amministratore delegato secondo il rapporto.

Anche la politica resta un settore critico. L’empowerment politico è la dimensione con il divario più ampio: il livello globale di parità raggiunta è appena del 22,1%. Negli ultimi vent’anni sono aumentate le donne nei parlamenti e nei governi, ma le posizioni con maggiore influenza rimangono prevalentemente maschili.
L’intelligenza artificiale apre una nuova sfida
Fra i temi nuovi del rapporto 2026 c’è anche il rischio che la rivoluzione tecnologica allarghi alcune differenze già esistenti. Il Wef segnala che le donne rappresentano meno di una su cinque tra gli ingegneri dell’intelligenza artificiale e risultano sottorappresentate nei diversi livelli delle aziende che lavorano sull’AI.
Il timore è che la trasformazione digitale possa creare nuove opportunità, ma anche consolidare squilibri se l’accesso alle competenze tecnologiche non sarà più equo.
Italia: qualche passo avanti, ma resta il problema del lavoro femminile
L’Italia migliora la propria posizione rispetto agli anni precedenti, ma rimane lontana dai Paesi più avanzati. Secondo il rapporto, il nostro Paese si colloca all’83esimo posto nella classifica globale, guadagnando due posizioni, ma con forti criticità soprattutto nella dimensione economica.
Il punto più debole riguarda infatti la partecipazione economica e le opportunità per le donne, ambito nel quale l’Italia si colloca al 121esimo posto. A pesare sono il tasso di occupazione femminile, la presenza nelle posizioni dirigenziali e il divario nelle carriere.
Sul fronte politico il quadro è più positivo: l’Italia registra progressi nella rappresentanza femminile, anche se il rapporto sottolinea che la presenza ai vertici non coincide automaticamente con una piena parità di influenza.
Il futuro della parità passa dalla qualità del lavoro
Il rapporto del World Economic Forum restituisce quindi una fotografia a due facce. Da una parte il mondo è oggi più vicino alla parità rispetto a vent’anni fa, con risultati importanti soprattutto nell’istruzione e nella partecipazione femminile alla società. Dall’altra, i settori che determinano davvero autonomia e potere — reddito, leadership, tecnologia e decisioni politiche — restano quelli dove il cambiamento procede più lentamente.
Come sottolinea Saadia Zahidi, managing director del Wef, “vent’anni di dati dimostrano che la parità di genere è raggiungibile”, ma non è un processo automatico: servono politiche e interventi capaci di accelerare il cambiamento.
La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto aumentare il numero delle donne presenti nei diversi ambiti, ma garantire che possano arrivare ai luoghi in cui si prendono le decisioni.