Dopo quasi quarant’anni l’Italia riapre ufficialmente la strada al nucleare civile. Il Senato ha approvato in via definitiva il 23 settembre 2026 la legge delega sul cosiddetto nucleare sostenibile, completando il percorso parlamentare iniziato nei mesi precedenti.
Si tratta del primo passo legislativo concreto dopo il referendum del 1987, arrivato all’indomani dell’incidente di Chernobyl, che portò alla chiusura del programma nucleare italiano e allo spegnimento progressivo delle quattro centrali allora presenti nel Paese.
La nuova legge, però, non significa che una centrale sia già stata decisa o che i cantieri possano partire a breve. Il testo affida al governo il compito di costruire nei prossimi mesi il quadro normativo necessario: dovranno essere definite le procedure autorizzative, il sistema dei controlli, i criteri per scegliere i siti e il modello economico per sostenere gli investimenti.
Secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, i primi impianti potrebbero entrare in funzione tra il 2033 e il 2034. Si tratta però di una previsione: il calendario dipenderà dalla velocità delle autorizzazioni, dalla scelta delle tecnologie e dalla disponibilità dei territori.

Dove nasceranno le nuove centrali nucleari italiane
Al momento non esiste ancora una lista ufficiale dei luoghi destinati a ospitare i nuovi reattori. La legge non individua infatti siti precisi, ma stabilisce che dovranno essere selezionate aree con caratteristiche adeguate dal punto di vista tecnico e ambientale. Saranno valutati elementi come sicurezza geologica e sismica, disponibilità di acqua, collegamenti alla rete elettrica, infrastrutture esistenti e condizioni del territorio.
Un tema centrale sarà quello del consenso locale. La costruzione di un impianto nucleare richiederà infatti il coinvolgimento delle comunità interessate e un confronto con Regioni e amministrazioni locali. Non è quindi automatico che tornino in funzione i vecchi siti nucleari italiani.
Le quattro centrali costruite nel secolo scorso erano quelle di Trino Vercellese in Piemonte, Caorso in Emilia-Romagna, Latina nel Lazio e Garigliano in Campania. Oggi questi impianti sono in fase di smantellamento o gestione del cosiddetto decommissioning e appartengono a una generazione tecnologica ormai superata. Potrebbero però essere valutate aree già legate al settore energetico, perché dispongono spesso di infrastrutture, collegamenti e competenze tecniche.
L’Italia punta sui piccoli reattori modulari
Il nuovo programma italiano guarda soprattutto agli SMR (Small Modular Reactor), cioè piccoli reattori modulari. A differenza delle grandi centrali tradizionali, gli SMR sono progettati per avere dimensioni più contenute e per essere prodotti in parte in fabbrica e poi assemblati nel sito definitivo.
Secondo i sostenitori di questa tecnologia, il vantaggio sarebbe una maggiore flessibilità: più moduli potrebbero essere installati progressivamente in base alla domanda energetica, con tempi potenzialmente più brevi rispetto alle grandi centrali. Gli SMR, tuttavia, sono ancora una tecnologia in fase di sviluppo e certificazione in molti Paesi. Non esiste ancora una diffusione commerciale paragonabile a quella dei reattori tradizionali. L’Italia punta anche sulle competenze industriali nazionali, coinvolgendo grandi gruppi energetici e tecnologici che già operano nel settore internazionale.
Sicurezza e problema delle scorie
Uno dei punti fondamentali riguarda la sicurezza. Il nuovo sistema dovrà prevedere controlli indipendenti e procedure in linea con gli standard internazionali dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Resta però irrisolto uno dei temi più discussi: quello delle scorie radioattive.
L’Italia deve ancora completare il percorso per la realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, destinato a raccogliere i materiali derivanti dalle vecchie centrali, ma anche quelli prodotti da attività mediche, industriali e di ricerca. La gestione delle scorie sarà uno degli elementi decisivi per il consenso pubblico intorno al nuovo nucleare.
Perché il governo vuole tornare all’atomo
La motivazione principale indicata dall’esecutivo è energetica. Il nucleare viene considerato una fonte capace di produrre elettricità continua, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, con emissioni di CO₂ molto basse rispetto alle fonti fossili.
Per il governo potrebbe quindi contribuire alla sicurezza energetica nazionale, riducendo la dipendenza dalle importazioni di gas e aiutando il raggiungimento degli obiettivi climatici. I critici del progetto sottolineano invece soprattutto tre elementi: i tempi lunghi necessari per costruire nuovi impianti, i costi elevati e il problema ancora aperto della gestione delle scorie.
Il calendario
Il percorso appena iniziato richiederà diversi anni. Nel prossimo periodo il governo dovrà approvare i decreti attuativi e definire il nuovo quadro regolatorio. Successivamente bisognerà individuare i siti, ottenere le autorizzazioni, scegliere le tecnologie e costruire gli impianti.
Se il calendario indicato dall’esecutivo venisse rispettato, i primi reattori potrebbero produrre energia italiana tra il 2033 e il 2034.