Quando si parla di cambiamento climatico, la fotografia più immediata è quella di luglio e agosto sempre più roventi. Ma il cambiamento osservato dagli scienziati è più complesso: il caldo estremo sta occupando una porzione crescente dell’anno.
È la conclusione dello studio Extreme Dry and Humid Heat Seasons Are Changing Asymmetrically, pubblicato il 10 settembre 2026 sulla rivista scientifica AGU Advances da Catherine Ivanovich, Benjamin Cook e Sonali McDermid, ricercatori collegati al NASA Goddard Institute for Space Studies, alla Columbia University e alla New York University.
Gli autori hanno analizzato 45 anni di dati climatici globali, confrontando la situazione degli anni Ottanta con quella più recente. Il risultato è netto: dal 1980 la stagione degli estremi di caldo secco si è ampliata significativamente su circa il 50% delle terre emerse, quella del caldo umido sul 48%.
Europa occidentale: il caldo arriva prima
I ricercatori hanno prima individuato, per ogni area del pianeta, i tre mesi nei quali tra 1980 e 1989 si concentrava la maggiore quantità di giornate appartenenti al 5% più caldo della distribuzione locale. Hanno poi confrontato quel periodo con il decennio 2015-2024.
In Europa occidentale, così come nell’Africa meridionale e nell’India nord-occidentale, l’aumento degli episodi estremi è stato più marcato prima della tradizionale stagione calda. In altre parole, il caldo eccezionale tende sempre più a presentarsi già nei mesi che un tempo rappresentavano la transizione verso l’estate.
Nell’Europa orientale accade invece più frequentemente l’opposto: l’estensione è maggiore nella parte finale della stagione, con gli episodi molto caldi che tendono a spingersi più avanti verso l’autunno. Lo stesso comportamento è stato osservato negli Stati Uniti occidentali, nella Cina orientale e nell’Africa settentrionale.
Se l’unico fattore fosse l’aumento uniforme della temperatura media, ci si aspetterebbe un allargamento relativamente simmetrico della stagione calda. Invece gli estremi si stanno spostando in modo diverso da regione a regione e spesso maggiormente da un lato della stagione rispetto all’altro.
Secondo gli autori, entrano quindi in gioco anche precipitazioni, umidità del suolo, circolazione atmosferica, uso del territorio e dinamiche regionali.
Gli stessi ricercatori sono prudenti su un punto importante: dai soli dati osservativi non è possibile attribuire matematicamente tutta questa asimmetria al cambiamento climatico provocato dall’uomo. Ivanovich sottolinea che il riscaldamento antropico costituisce una componente fondamentale del quadro, ma saranno necessarie ulteriori simulazioni climatiche per separarne meglio l’effetto dalla variabilità naturale e dagli altri fattori regionali.
Caldo secco e caldo umido non sono la stessa cosa
Lo studio distingue inoltre due fenomeni che spesso vengono confusi.
Il caldo secco viene misurato principalmente attraverso la temperatura dell’aria ed esercita una forte pressione su suoli, coltivazioni, risorse idriche ed ecosistemi.
Il caldo umido considera invece anche l’umidità e l’irraggiamento, attraverso un indice che descrive meglio lo stress termico effettivamente percepito dal corpo umano. Più l’aria è umida, meno efficacemente il sudore evapora e più difficile diventa disperdere il calore corporeo.
Per questo due giornate con la stessa temperatura possono avere conseguenze molto diverse sulla salute. Ed è anche possibile che le stagioni del caldo secco e di quello umido non coincidano perfettamente, complicando ulteriormente i sistemi di prevenzione.
Perché un’ondata di caldo a maggio può essere più pericolosa
Il calendario conta anche dal punto di vista sanitario. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che l’impatto di un evento caldo dipende non soltanto dalla temperatura raggiunta, ma anche dalla sua durata, dal momento dell’anno in cui si verifica e dal grado di acclimatazione della popolazione.
Un’ondata molto precoce può trovare il corpo meno preparato fisiologicamente, ma anche case, ospedali, scuole e amministrazioni ancora organizzati secondo una logica stagionale tradizionale.
Particolarmente vulnerabili sono anziani, bambini piccoli, persone con patologie cardiovascolari, respiratorie o renali e lavoratori esposti all’aperto. Il caldo può aggravare malattie preesistenti e aumentare il rischio di disidratazione, esaurimento da calore e colpo di calore.
È per questo che gli autori dello studio indicano tra le conseguenze pratiche la necessità di estendere temporalmente i sistemi di allerta.