L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “Verso una governance internazionale della dignità. Riforma delle Nazioni Unite, primato del diritto e rinnovamento del multilateralismo”.
“Nel tempo storico presente, attraversato da guerre asimmetriche, crisi climatiche, squilibri finanziari sistemici, transizioni tecnologiche ad alta intensità di rischio e nuove disuguaglianze geopolitiche, la questione della riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e dell’intera architettura economica e finanziaria internazionale non può più essere rinviata né confinata entro il perimetro di un dibattito tecnico-istituzionale. Essa investe, in realtà, il cuore stesso della civiltà giuridica contemporanea: il rapporto tra sovranità e cooperazione, tra libertà degli Stati e responsabilità verso il bene comune universale, tra legalità internazionale e tutela concreta della dignità umana. Se il mondo intende sottrarsi alla frammentazione degli egoismi strategici, alla tirannia delle convenienze di potenza e alla colonizzazione di nuove egemonie culturali, economiche e tecnologiche, appare necessario promuovere una nuova stagione costituente del multilateralismo, capace di restituire effettività al concetto di ‘famiglia di Nazioni’.
L’idea di una famiglia di Nazioni non designa un’aggregazione meramente funzionale di Stati sovrani, tenuti insieme da interessi contingenti, da equilibri di forza o da opportunità tattiche. Essa richiama, piuttosto, una comunità politica e giuridica internazionale ordinata da principi, nella quale ogni popolo possa riconoscersi non come oggetto di tutela paternalistica, ma come soggetto responsabile di un ordine condiviso. In tale prospettiva, la riforma delle Nazioni Unite non deve essere intesa come una semplice revisione amministrativa di procedure, organi o competenze, bensì come un’opera di rigenerazione del suo fondamento etico-giuridico: la promozione della pace attraverso il diritto, la giustizia e la pari dignità delle nazioni. È precisamente qui che si misura la credibilità del sistema multilaterale: nella sua capacità di essere casa comune delle differenze e non strumento di cristallizzazione dei privilegi. Ogni autentico rinnovamento dell’ordine internazionale esige, infatti, una duplice fedeltà: da un lato, alla sovranità degli Stati, che resta principio costitutivo della comunità internazionale; dall’altro, alla destinazione universale dei beni, dei diritti e delle responsabilità, che impedisce di trasformare la sovranità in alibi per l’indifferenza o per l’impunità. La comunità internazionale, in quanto comunità giuridica, non può fondarsi su rapporti di subordinazione che annullino l’indipendenza degli Stati più deboli, né può essere ridotta a un’arena nella quale le grandi potenze impongano, sotto veste normativa, i propri interessi strategici o le proprie matrici ideologiche. Una governance mondiale realmente giusta non coincide con la verticalizzazione del comando globale, ma con l’istituzionalizzazione di un ordine di corresponsabilità regolata, nel quale il diritto si imponga sulla forza e la cooperazione prevalga sulla cooptazione oligarchica. In tale quadro, la riforma delle Nazioni Unite richiede anzitutto il coraggio di ripensare la rappresentanza e i processi decisionali, così da ridurre la distanza tra universalità proclamata e universalità praticata.
Le crisi contemporanee mostrano con evidenza che molti popoli sperimentano ancora il sistema multilaterale come selettivo, intermittente, talora persino strumentale. Vi sono vite che sembrano meritare tutela immediata e altre che attendono invano l’attenzione del diritto; vi sono conflitti che mobilitano la coscienza internazionale e altri che restano confinati nelle periferie dell’irrilevanza geopolitica; vi sono vulnerabilità economiche e ambientali che colpiscono soprattutto i Paesi meno forti, senza che questi dispongano di effettivi strumenti di incidenza nelle sedi decisionali globali. Una riforma degna di questo nome dovrebbe allora tendere a una più equa distribuzione della voce internazionale, a una maggiore trasparenza delle procedure, a una più netta sottrazione degli organismi multilaterali alla logica dei blocchi contrapposti e delle egemonie di fatto. Tuttavia, il problema non è soltanto istituzionale. Esso è anche, e più radicalmente, antropologico. Senza una concezione alta della persona e della sua dignità, anche il diritto internazionale rischia di decomporsi in tecnica negoziale, in equilibrio di convenienze o in grammatica formale priva di sostanza morale. La dignità umana, se è davvero intrinseca, inalienabile e sussistente al di là di ogni circostanza, non può essere trattata come variabile dipendente dagli interessi del momento, né come esito di un riconoscimento politico revocabile. Essa precede l’ordinamento positivo e lo orienta; fonda l’universalità dei diritti e impone che il sistema internazionale venga misurato non soltanto in base alla sua efficacia funzionale, ma alla sua capacità di proteggere l’essere umano concreto, soprattutto quando si trova in condizioni di debolezza, povertà, migrazione forzata, esposizione alla guerra o vulnerabilità sociale.
In questa prospettiva, il multilateralismo autentico non è un semplice metodo di gestione dei conflitti tra interessi statali, ma una forma alta di giustizia istituzionale al servizio della persona e dei popoli. Da ciò deriva una conseguenza decisiva: l’architettura economica e finanziaria internazionale non può restare separata dall’architettura giuridico-politica della pace. Per troppo tempo il governo dell’economia globale è apparso più forte del governo politico del bene comune. Mercati finanziari altamente integrati, strumenti di debito asimmetrici, regimi fiscali squilibrati, dipendenze monetarie e vulnerabilità strutturali hanno contribuito a creare forme nuove di subordinazione, spesso più pervasive di quelle militari. In assenza di correttivi normativi efficaci, il rischio è che il lessico della cooperazione internazionale copra in realtà processi di estrazione del valore, di disciplinamento economico e di compressione delle autonomie nazionali. Per questo la riforma del sistema globale non può limitarsi alle istituzioni della sicurezza, ma deve investire anche i meccanismi finanziari, commerciali e tecnologici, affinché essi siano ricondotti entro un orizzonte di equità, sostenibilità e responsabilità condivisa. La finanza, in particolare, deve ritrovare la sua natura strumentale.
Quando l’economia cessa di essere ordinata alla persona e al suo sviluppo integrale, si produce una perversione dell’ordine dei mezzi e dei fini: ciò che dovrebbe servire diventa ciò che domina. Una riforma dell’architettura economica internazionale, se vuole essere all’altezza del nostro tempo, deve quindi promuovere regole che impediscano l’approfondimento delle disuguaglianze strutturali tra Nord e Sud del mondo, che rendano più giusto l’accesso al credito, che favoriscano meccanismi di ristrutturazione del debito non umilianti, che sostengano modelli di sviluppo capaci di conciliare crescita, coesione sociale e custodia del creato. La pace, del resto, non è soltanto assenza di guerra: è anche esistenza di condizioni economiche, sociali e istituzionali che consentano ai popoli di rimanere nella propria terra, di partecipare al bene comune, di non essere costretti alla marginalità o alla dipendenza sistemica. In questo senso, la riaffermazione del principio pacta sunt servanda acquista oggi un significato ancora più profondo. Tenere fede agli impegni sottoscritti non è un formalismo notarile della diplomazia, ma il fondamento della fiducia pubblica internazionale. Senza affidabilità giuridica non vi è cooperazione duratura; senza fedeltà alla parola data, il negoziato si trasforma in teatro della convenienza; senza obbligatorietà effettiva delle norme, la legalità internazionale si svuota in un linguaggio cerimoniale incapace di trattenere la violenza. L’alternativa drammatica è nota: al posto della forza del diritto subentra il diritto della forza. Ed è precisamente in questo slittamento che si consuma la crisi del multilateralismo, perché quando il potere si percepisce come autosufficiente rispetto alla norma, la pace diviene precaria, i piccoli Stati diventano sacrificabili e i principi si piegano alla geometria delle alleanze. Occorre pertanto potenziare gli strumenti normativi per la soluzione pacifica delle controversie, rafforzandone la portata, l’accessibilità e l’effettività. Negoziato, buoni uffici, mediazione, arbitrato, giurisdizione internazionale e accordi multilaterali non devono essere considerati procedure residuali da attivare soltanto quando la crisi è già degenerata, ma strutture ordinarie di una civiltà giuridica che assume il conflitto come realtà da disciplinare, non da assolutizzare.
La Carta delle Nazioni Unite, in questa prospettiva, non è un reperto ideale di un’altra epoca, ma una norma fondamentale che conserva una straordinaria attualità, purché la comunità internazionale abbia la volontà politica di prenderla sul serio. Difendere la centralità della Carta significa riconoscere che il diritto non è un ornamento dell’ordine globale, ma la sua condizione di legittimità. Tra gli strumenti da privilegiare, gli accordi multilaterali meritano un’attenzione speciale. Essi, più dei semplici accordi bilaterali, custodiscono la vocazione universale del bene comune, perché introducono un orizzonte di reciprocità allargata, riducono i margini di asimmetria negoziale e offrono maggiori garanzie agli Stati meno forti. Il bilateralismo, quando non sia inserito entro solide cornici multilaterali, rischia infatti di riprodurre differenze di potere tali da svuotare la stessa libertà contrattuale delle parti. Il multilateralismo, al contrario, costituisce uno spazio di giuridificazione della solidarietà, in cui la norma comune non elimina la pluralità, ma la protegge dal predominio. In un’epoca segnata dall’interdipendenza, il bene comune non può più essere pensato come somma di utilità nazionali: esso chiede sedi comuni, regole comuni e responsabilità comuni. A tale esigenza si collega anche la sfida, oggi decisiva, della governance delle tecnologie emergenti. L’intelligenza artificiale, i sistemi algoritmici, la gestione dei dati, le infrastrutture digitali e le nuove forme di potere computazionale stanno ridisegnando non solo l’economia, ma la stessa qualità della deliberazione pubblica, della sicurezza e della democrazia. Se questi processi fossero governati esclusivamente da interessi tecnocratici o da vantaggi economici di parte, si aprirebbe uno spazio ulteriore di vulnerabilità della dignità umana e di manipolazione delle coscienze collettive.
Perciò la riforma del multilateralismo non può trascurare la costruzione di regole internazionali condivise su trasparenza, inclusione, affidabilità, sicurezza e responsabilità, affinché il progresso tecnologico non aggravi le disuguaglianze né riduca l’uomo a funzione dei sistemi che egli stesso ha prodotto. Una tecnologia che non migliori la qualità della vita di tutta l’umanità e che non sia ordinata al bene comune non può essere definita autentico progresso. Il rinnovamento della governance mondiale esige, inoltre, una cultura diplomatica nuova. Non basta moltiplicare tavoli, vertici e dichiarazioni; occorre ricostruire una grammatica della fiducia internazionale. Ciò implica il recupero di categorie oggi talvolta marginalizzate nel discorso pubblico globale: prudenza, lealtà, reciprocità, responsabilità, proporzione, sussidiarietà, solidarietà. Una diplomazia veramente alta non coincide con l’arte di congelare temporaneamente le tensioni, ma con la capacità di generare forme stabili di convivenza giusta. Essa non teme la complessità, non idolatra l’immediatezza, non confonde il consenso tattico con la pace durevole. Sa che la pace richiede tempo, istituzioni, pazienza giuridica e visione morale; e sa, soprattutto, che l’umiliazione dei deboli non produce mai ordine, ma soltanto tregue armate o instabilità differita.
Per questa ragione, l’autorità internazionale di cui oggi si avverte il bisogno non può essere un superpotere impersonale o ideologicamente orientato, bensì un’autorità di servizio, limitata dal diritto, controllata da regole chiare, ordinata alla tutela della dignità umana e del bene comune universale. La sua legittimità non deriverebbe dalla concentrazione della forza, ma dalla trasparenza delle procedure, dalla condivisa accettazione delle norme e dalla capacità di operare secondo giustizia. Solo entro tali limiti si può evitare che il richiamo alla governance globale degeneri in nuove forme di dominio. Una vera autorità internazionale deve proteggere le libertà essenziali dei popoli, non comprimerle; deve riconoscere le identità storiche e culturali delle nazioni, non omologarle; deve promuovere cooperazione, non dipendenza; deve custodire pluralismo e universalità in un equilibrio alto, difficile, ma imprescindibile.