L'opinione

Meritocrazia Italia: Sfiducia, epistemia e crisi della mediazione politica

Il pensiero di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia

Meritocrazia Italia: Sfiducia, epistemia e crisi della mediazione politica

L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “Sfiducia, epistemia e crisi della mediazione politica”.

“La crisi contemporanea della democrazia non può essere letta soltanto come indebolimento delle istituzioni, logoramento della rappresentanza o sfiducia verso le classi dirigenti. Essa affonda in una trasformazione più profonda, che riguarda il modo stesso in cui una comunità politica conosce, interpreta e decide. Prima ancora di essere una crisi procedurale, è una crisi dell’epistemia pubblica: vale a dire dell’orizzonte comune entro il quale una società distingue ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è fondato da ciò che è arbitrario, ciò che merita fiducia da ciò che deve essere sottoposto a vigilanza critica. Quando questo orizzonte si incrina, la democrazia non viene necessariamente rovesciata da una forza esterna. Può deteriorarsi dall’interno, mantenendo i propri simboli, il proprio lessico e le proprie forme, ma perdendo progressivamente la sostanza spirituale e politica che la sorregge. In tal caso, il popolo non scompare, ma si trasforma; la partecipazione non viene abolita, ma degradata; la libertà non viene negata apertamente, ma incanalata entro dispositivi che ne modificano silenziosamente il significato. La filosofia politica antica offre, a questo riguardo, una chiave interpretativa di straordinaria attualità. Le forme di governo non sono realtà immobili, ma organismi storici sottoposti a nascita, sviluppo, maturazione e decadenza. Ogni regime porta in sé una possibilità di corruzione: la monarchia può degenerare in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia, la democrazia in oclocrazia. Quest’ultima rappresenta il momento in cui il popolo cessa di essere soggetto politico ordinato e diventa massa instabile, emotivamente sollecitata, incline alla manipolazione e incapace di riconoscere nella mediazione istituzionale una forma di tutela della propria libertà. L’oclocrazia digitale costituisce la versione contemporanea di questa degenerazione. Non si tratta più soltanto del dominio della folla, ma di una configurazione più sottile: il governo della folla attraverso strumenti tecnici, emotivi e predittivi.

La massa digitale non si raduna necessariamente in una piazza; vive dispersa e, al tempo stesso, permanentemente connessa. Non delibera secondo il ritmo lento della discussione pubblica, ma reagisce, condivide, condanna, idolatra, cancella, amplifica. La sua energia non si esprime tanto nella costruzione di un giudizio comune, quanto nella produzione continua di impulsi misurabili e orientabili. In questa prospettiva, il paradigma tecnocratico e l’oclocrazia digitale non sono fenomeni contrapposti, bensì due esiti complementari della medesima frattura. Il primo svuota la democrazia dall’alto, trasferendo il centro della decisione verso apparati esperti, procedure opache, automatismi computazionali e linguaggi difficilmente accessibili alla comprensione comune. La seconda la consuma dal basso, dissolvendo il popolo in una moltitudine emotiva, convertendo la cittadinanza in utenza e la partecipazione in reazione immediata. La tecnocrazia diffida del popolo perché lo ritiene incapace di comprendere la complessità; l’oclocrazia lo lusinga perché lo vuole disponibile alla mobilitazione permanente. Entrambe, tuttavia, colpiscono lo stesso nucleo: la democrazia come esercizio mediato della ragione pubblica. Il paradigma tecnocratico si fonda su una pretesa filosoficamente problematica: che la complessità del mondo possa essere governata mediante dispositivi di ottimizzazione capaci di sostituire il giudizio politico. In questo schema, la tecnica non è più uno strumento al servizio di fini umani, ma diventa essa stessa criterio di legittimazione.

Ciò che è efficiente appare giusto; ciò che è rapido appare razionale; ciò che è prevedibile appare vero. Ma la politica, nella sua essenza più alta, non consiste nell’applicare automaticamente soluzioni a problemi già definiti. Essa consiste anzitutto nel discernere quali problemi meritino priorità, quali fini siano degni, quali sacrifici siano proporzionati, quali beni possano dirsi realmente comuni. La democrazia costituzionale nasce precisamente dalla consapevolezza che nessun soggetto, nessuna maggioranza, nessuna élite, nessun apparato tecnico e nessuna macchina possiedono integralmente la verità del bene comune. Per questo essa istituisce limiti, garanzie, contrappesi, responsabilità, pubblicità delle decisioni e possibilità del dissenso. La democrazia non nega il valore della competenza, ma rifiuta che la competenza diventi dominio. Non respinge la tecnica, ma esige che essa rimanga subordinata alla dignità della persona e alla responsabilità della decisione umana. Quando, invece, la politica viene ridotta a calcolo, si afferma una nuova forma di assolutismo impersonale: non più il comando visibile del sovrano, ma il potere apparentemente neutro del sistema. L’oclocrazia digitale nasce dal movimento opposto. Qui la libertà democratica
viene confusa con l’espressione immediata di ogni impulso collettivo. Il popolo, nella sua accezione più alta, è una soggettività politica formata da memoria, legami, responsabilità e orientamento al bene comune. La massa, invece, è aggregazione mobile di passioni, paure, risentimenti e aspettative. Il popolo delibera, la massa reagisce; il popolo abita il tempo lungo delle istituzioni, la massa vive nell’istante della sollecitazione; il popolo domanda giustizia, la massa cerca soddisfazione immediata. Nell’ambiente digitale questa trasformazione assume una forza inedita.

La demagogia non è più soltanto l’arte del tribuno che seduce la piazza con parole persuasive. Essa diventa infrastruttura permanente della comunicazione. Può manifestarsi attraverso un leader, una piattaforma, un algoritmo di raccomandazione, un sistema di profilazione o un insieme di incentivi economici che premiano polarizzazione, semplificazione e indignazione. La demagogia non si limita più a pronunciare discorsi ingannevoli; organizza l’ambiente percettivo entro cui determinati discorsi appaiono plausibili, desiderabili, persino necessari. È qui che emerge il tema decisivo dell’epistemia. Una comunità democratica non vive soltanto di norme, ma di condizioni condivise di intelligibilità. Essa ha bisogno di un mondo comune, cioè di una base minima di realtà riconoscibile entro la quale il dissenso possa svolgersi senza distruggere il legame politico. Quando tale base viene meno, il conflitto democratico non riguarda più soltanto le scelte da compiere, ma i criteri stessi mediante i quali si stabilisce che cosa sia accaduto, quali fonti siano attendibili, chi abbia titolo a parlare e quale sapere possa orientare la decisione pubblica. La sfiducia nasce precisamente in questa frattura. Essa non è un sentimento marginale, ma una categoria politica
centrale. Ogni democrazia ha bisogno di fiducia, ma non di una fiducia cieca.

Ha bisogno di una fiducia critica, proporzionata e verificabile, capace di sostenere la cooperazione senza rinunciare al controllo.  La fiducia democratica non equivale all’abbandono, ma alla possibilità di comprendere, chiedere conto, correggere e contestare. Quando le istituzioni diventano opache, quando la tecnica appare indecifrabile, quando le decisioni sembrano provenire da centri impersonali, il cittadino non perde soltanto fiducia in una classe dirigente; perde fiducia nella possibilità stessa che il potere sia ancora riconducibile a responsabilità. La sfiducia contemporanea nasce così da una duplice spoliazione. Da un lato, il cittadino si sente politicamente espropriato, perché percepisce che le decisioni essenziali vengono prese altrove, in sedi non realmente accessibili alla deliberazione pubblica. Dall’altro, si sente epistemicamente espropriato, perché non riesce più a comprendere i criteri con cui quelle decisioni vengono giustificate. La competenza, anziché configurarsi come servizio alla comunità, rischia allora di essere percepita come linguaggio di esclusione; la tecnica, anziché presentarsi come strumento al servizio dell’umano, come potere; la complessità, anziché essere assunta quale dato costitutivo della realtà, come schermo dietro cui si cela l’irresponsabilità.

Tuttavia, la sfiducia radicale non produce automaticamente maggiore libertà. Al contrario, può diventare la via verso nuove forme di dipendenza. Chi non crede più a nulla non diventa necessariamente più critico; spesso diventa più vulnerabile alla prima narrazione capace di offrirgli un nemico, un’appartenenza, una spiegazione totale. La sfiducia, quando non è educata dalla
ragione e ordinata dalle istituzioni, diventa materia prima della demagogia. Distrugge le autorità legittime senza costruire criteri migliori di discernimento; denuncia l’opacità del potere, ma può consegnarsi a poteri ancora più invisibili. L’intelligenza artificiale si inserisce in questo scenario come nuovo intermediario epistemico. Essa non è soltanto uno strumento che produce risposte, ma un dispositivo che partecipa alla formazione del sapere sociale. Sempre più spesso gli individui accedono alla realtà mediante sistemi che selezionano, ordinano, sintetizzano, suggeriscono, classificano. L’AI non decide sempre al posto dell’uomo, ma può incidere sulle condizioni preliminari attraverso cui l’uomo giunge a decidere. Essa opera nel luogo più delicato della democrazia: la formazione del giudizio. Il rischio, dunque, non è soltanto che la macchina sbagli, ma che venga creduta oltre la misura della sua reale affidabilità. Una fiducia insufficiente può impedire l’uso di strumenti utili; una fiducia eccessiva può condurre a dipendenza, deresponsabilizzazione e abdicazione del giudizio. La macchina linguisticamente fluida, capace di simulare comprensione, empatia e coerenza, può indurre l’utente a percepirla come soggetto dotato di intenzionalità e discernimento. Ma la plausibilità linguistica non coincide con la verità; la capacità predittiva non coincide con la sapienza; la simulazione del dialogo non coincide con la responsabilità morale. Il paradigma tecnocratico mostra qui il suo volto più sottile. Non impone necessariamente una costrizione visibile; favorisce piuttosto una delega progressiva del giudizio.

L’uomo, affaticato dalla complessità, può consegnarsi alla macchina non perché obbligato, ma perché sollevato. La tecnica diventa così una tentazione interiore: la tentazione di non discernere, di non sostenere il peso della libertà, di sostituire la responsabilità con l’affidamento automatico.  In questo modo, la democrazia può decadere non solo per eccesso di conflitto, ma anche per
stanchezza della responsabilità. Si comprende allora che il problema fondamentale non riguarda soltanto il rapporto tra tecnologia e politica, ma il rapporto tra conoscenza e potere. Ogni potere politico si fonda su una certa organizzazione del sapere. Governare significa anche stabilire quali informazioni contano, quali competenze vengono riconosciute, quali narrazioni diventano dominanti e quali domande restano ai margini. Nell’età digitale questo potere epistemico si intensifica, perché non passa soltanto attraverso leggi, discorsi o istituzioni visibili, ma si incorpora nelle infrastrutture. Non è più soltanto il potere di proibire, ma quello di ordinare il visibile; non soltanto il potere di imporre un’opinione, ma quello di modellare l’ambiente entro cui le opinioni si formano. Per questa ragione l’oclocrazia digitale può convivere perfettamente con il paradigma tecnocratico. Alla superficie vi è iperpartecipazione; in profondità, eterodirezione. Alla superficie, moltiplicazione delle voci; in profondità, concentrazione delle architetture che decidono la loro visibilità. Alla superficie, libertà espressiva; in profondità, profilazione dei comportamenti.

Alla superficie, democrazia immediata; in profondità, governo predittivo della sensibilità collettiva. La degenerazione democratica consiste proprio in questa separazione tra forma e sostanza. La forma rimane: elezioni, opinioni, piattaforme, consultazioni, dichiarazioni di diritti, linguaggi partecipativi. Ma la sostanza si assottiglia quando il cittadino non dispone più delle condizioni epistemiche per comprendere, valutare e orientare il potere. Una democrazia senza epistemia condivisa è esposta alla simulazione: può moltiplicare le procedure e, tuttavia, smarrire il proprio fine essenziale, che è rendere il popolo capace di autogoverno razionale. Il rimedio non può essere né antitecnologico né ingenuamente tecnofilo. Non si tratta di opporre alla tecnica un rifiuto nostalgico, né di affidare alla tecnica la soluzione della crisi che essa stessa contribuisce ad aggravare. Occorre piuttosto ricondurre la tecnica dentro un ordine superiore di fini. La domanda decisiva non è soltanto che cosa la tecnologia possa fare, ma quale idea di uomo, di libertà, di sapere e di comunità essa presupponga e produca. Una democrazia matura non teme l’innovazione, ma ne rifiuta l’idolatria; non respinge la competenza, ma la sottopone alla responsabilità; non disprezza il dato, ma lo inserisce nel giudizio. In questa prospettiva, il diritto assume una funzione filosofica prima ancora che regolativa. Esso non è soltanto un insieme di norme, ma una forma di potere visibile. Il diritto nomina, limita, distribuisce, rende imputabile. Dinanzi ai sistemi algoritmici, deve impedire che la decisione si dissolva nella catena tecnica e che la responsabilità si disperda tra sviluppatori, utilizzatori, piattaforme e modelli. Dove non vi è possibilità di chiedere conto, non vi è fiducia democratica; dove non vi è spiegabilità adeguata, non vi è piena cittadinanza; dove non vi è controllo sul potere epistemico, non vi è autentico autogoverno. Ma il diritto, da solo, non basta. È necessaria una pedagogia dell’epistemia democratica. Il cittadino del tempo digitale deve essere formato non soltanto all’uso degli strumenti, ma alla comprensione critica delle mediazioni attraverso cui il reale gli viene presentato. Deve imparare a distinguere fiducia e credulità, vigilanza e sospetto assoluto, competenza e autoritarismo, spiegazione e simulazione di spiegazione, intelligenza artificiale e responsabilità umana. La democrazia del futuro sarà possibile solo se saprà generare cittadini epistemicamente adulti, capaci di abitare la complessità senza consegnarsi né al rifiuto aprioristico né all’affidamento cieco. La sfiducia, pertanto, non deve essere semplicemente condannata. Deve essere compresa, purificata e trasformata.

Può diventare virtù democratica quando assume la forma della vigilanza; diventa patologia quando si converte in nichilismo epistemico. La vigilanza domanda ragioni; il nichilismo rifiuta ogni ragione. La vigilanza controlla il potere; il nichilismo distrugge la possibilità stessa di una verità pubblica. La vigilanza rafforza la democrazia; il nichilismo prepara l’oclocrazia. Il compito delle istituzioni è offrire alla sfiducia vie ordinate di espressione e correzione, sottraendola all’industria dell’indignazione e alla manipolazione delle paure”.